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SCUOLA/ Chi ha affossato (e perché) il nostro Rinascimento 2.0

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Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)  Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)

Secondo di due articoli. Leggi qui la prima parte (ndr).

L'economia del nostro paese si è sempre retta sulla piccola e media industria, dove la capacità di adattarsi alle diverse situazioni è sempre stata la forza della nostra produzione. Gli elementi che compongono queste unità produttive sono tutti elementi analogici, in grado di modificare il proprio comportamento in completa autonomia. Il nostro sistema di istruzione, dalla scuola materna all'università, è sempre stato funzionale a questo sistema. Preparazione generalizzata, valide componenti di cultura di base con uno spettro di conoscenze estremamente ampio. Semplificando, questo sistema ha dato la possibilità alle generazioni del dopoguerra di prosperare basandosi su un fattore antropologico-culturale tipicamente italiano, segnato dall'adattamento e dalla capacità di interpretare la realtà fattuale. Tale sistema di istruzione ha dato anche la possibilità di sviluppare un settore della ricerca ricco di idee e di innovazioni a fronte di una spesa decisamente limitata.

Poi trent'anni fa ha cominciato a svilupparsi un sistema di comunicazione che ha rivoluzionato i rapporti economici e sociali. Una rivoluzione che ha solo paragoni nella scoperta del fuoco o nella rivoluzione industriale. L'introduzione di internet nella vita di tutti i giorni e dello stato del "perennemente connesso" ha avuto un'evoluzione lampo, frantumando tutti i sistemi di relazioni sociali professionali e comunicativi tradizionali. Questo sistema veloce di circolazione delle informazioni ha portato di fatto alla globalizzazione, abbattendo man mano barriere fisiche, linguistiche e produttive. La tendenza della globalizzazione è quella di trasformare i sistemi analogici in rapporti digitali costruendo corpi economici sempre più grandi ed efficienti al cui interno specializzazioni estreme sono coordinate da un continuo scambio di informazioni che modificano momento per momento le attività, adeguandosi alle esigenze contingenti e del breve periodo. Per fare in modo di avere questa flessibilità sono necessarie elevata precisione nello svolgimento dei compiti, estrema mobilità e rapida sostituibilità con possibile scambio di ruoli.

In questo quadro il nostro Paese ha ricevuto un colpo mortale alla sua organizzazione. Il successo del "Made in Italy" era garantito da piccoli nuclei "analogici" che presentavano un prodotto fatto da pezzi unici. Dal punto di vista linguistico eravamo probabilmente il paese più arretrato d'Europa con una bassa percentuale di alfabetizzati in una lingua straniera e in particolare in inglese. Le grandi industrie che cercavano di digitalizzarsi si scontravano con un'organizzazione del lavoro cristallizzata i cui componenti non erano né altamente specializzati, né assolutamente flessibili — ma solo relativamente — flessibili. Nello stesso tempo, non c'è stata alcuna valutazione di questo cambiamento epocale in modo da preparare il tessuto sociale al nuovo quadro economico che si andava formando. 

In questo una delle principali mancanze è stata l'adeguamento del sistema formativo italiano. Il sistema accademico in particolare, per motivi interni ed esterni, non è stato in grado di evolversi, mantenendo un metodo di organizzazione del lavoro e di impostazione formativa nel complesso arcaico con delle dinamiche che non hanno minimamente tenuto conto che la trasformazione in atto avrebbe cambiato radicalmente il rapporto docente-studente. 



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