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SCUOLA/ Ciò che manca alle famiglie per fare la scelta giusta

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Il primo suggerimento è, per quanto possibile, di fare scelte in positivo. Il nuovo percorso dovrebbe essere intrapreso perché il ragazzo "si sente bravo" o almeno si sente portato a un ambito disciplinare. Non, dunque, fare il classico "perché c'è poca matematica", ma "perché mi piace l'italiano". Già dietro a questa prima modalità di scelta c'è un passo molto importante che le famiglie e gli insegnanti della secondaria di primo grado dovrebbero compiere con i loro studenti: riconoscere che in ogni persona esiste un ambito di eccellenza che va scoperto, e promosso.

Il secondo suggerimento, strettamente legato al primo, è di non cadere nella tentazione, in fin dei conti ancora gentiliana nella sua matrice, di guardare alle scuole superiori come a una piramide: al vertice sta il classico, al gradino inferiore lo scientifico e via di questo passo. Quanti errori, anzi, quanti disastri formativi ed educativi si sono fatti in nome di questo "razzismo scolastico" purtroppo ancora vivissimo nelle nostre aule! La famiglia che nutre buone speranze o alte aspettative per il proprio figlio, esige da lui il percorso liceale, perché, nella vulgata, "dai licei escono i futuri quadri della società", posto che questa frase abbia ancora un senso, alla luce dei recenti mutamenti del mondo della formazione e del lavoro. Chi insegna sa bene che ogni tipologia di studente che mediamente si incontra in un indirizzo di studi ha dei punti di forza e dei punti di debolezza. E, giusto per fare un esempio scomodo, spesso e volentieri gli studenti liceali si segnalano per grande capacità di studio e di concentrazione, sono molto bravi a fare ciò che viene detto loro di fare (ebbene sì, ancora oggi la "didattica imitativa" è molto diffusa nelle nostre aule!), ma sono passivi: poche domande, pochi "attacchi" al docente, poca critica alla realtà. Forse una volta era questo che la società chiedeva ai futuri quadri: imitare chi è venuto prima di te, e non fare troppe domande. Ma oggi, per fortuna, non è più così. Quindi, ancora una volta, se in tredici anni un genitore ha avuto modo di vedere quali sono gli ambiti della realtà che fanno brillare gli occhi ai propri figli, abbia il coraggio di spingere verso quella direzione, quale che sia.

Ultimo suggerimento: non guardare troppo alle prospettive occupazionali, ma a ciò che piace "qui e ora". Fare intraprendere a un quattordicenne un percorso di studi nei confronti del quale non prova particolare motivazione, con l'unica ragione che "poi si trova lavoro", comporta un doppio rischio: in primo luogo, ovviamente, il ragazzo inizierà a frequentare una scuola che non gli piace e, peggio ancora, per una scelta non sua, ma in qualche modo imposta e guidata dai genitori o dagli insegnanti. In secondo luogo, la variabilità del mercato del lavoro anche nel brevissimo termine rende abbastanza aleatori questi ragionamenti: i settori che oggi "tirano" tra cinque o sei anni potrebbero essere saturi, e viceversa.

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