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SCUOLA/ Gli studenti e la patologia del "confine"

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Alla luce di altre interpretazioni, di stampo liberale, il confine è il risultato di un processo che coinvolge più fattori, non solo economici ma anche sociali, culturali, linguistici, al termine del quale una certo soggetto nazionale si è trasformato in uno Stato per darsi un'organizzazione interna adatta alle esigenze dei cittadini e alle eventuali aggressioni esterne. Da questo punto di vista i confini sono sacri perché conquistati a prezzo del sangue di tutti coloro che hanno lottato per le sorti del suolo patrio. 

L'ossessione del confine è oggi messa fortemente in crisi e sottoposta a pressioni che la trasformano in malattia, in patologia. Il fenomeno della globalizzazione del mercato mondiale cui partecipano anche i paesi comunisti, vedi Cina, e il fenomeno delle migrazioni portano ad una erosione di fatto del confine di Stato, cui si reagisce innalzando non più confini, ma barriere di mattoni e filo spinato come forme di protezione dalla entità estranea che non si desidera entri nel proprio ambito, se non a condizioni molto restrittive e garantite da controlli polizieschi. Il confine protetto, come è stato sottolineato dalla pubblicistica sociologica che ha studiato il caso, ha come riflesso la ridefinizione delle identità secondo le categorie del dentro-fuori che si sono sostituite a quelle classiche dei confini per blocchi (est-ovest; nord-sud). La nuova identità è quella dei nazionalismi, ben conosciuti da chi studia le dinamiche originanti le guerre mondiali, che si riaffacciano all'orizzonte contemporaneo attraversando come una scossa le politiche della vecchia Europa che all'interno dei singoli Stati va alla ricerca di legami identitari fondati però sulla paura del nuovo. Si tratta poi di verificare nei fatti se la patologia del confine contribuisca a rendere le società più sicure o invece sottoposte internamente, come i recenti attentati di Parigi e di Bruxelles hanno indicato, al virus integralista che avrebbero voluto escludere.

Lasciando a chi ne è competente la riflessione sui compiti della protezione dagli attentati islamisti e dall'ingresso di clandestini che alimentano la criminalità, è opportuno interrogarsi, e farlo con gli alunni, sul tipo di soggettività che le nostre comunità intendono sviluppare recuperando certe positive tradizioni di accoglienza dell'altro diverso da noi e guardando al futuro. Gli Stati non sono certo chiamati ad abbattere i loro confini, pensiamo all'Europa anzitutto, ma a ripensarli più come limes, secondo l'antica accezione romana di filtro, che come barriera interna ad un'area di libera circolazione di persone, di beni materiali e di idee. La soggettività di una comunità nasce da una concezione di sé e dall'accettazione del bisogno dell'altro come proprio bisogno. Come hanno affermato recentemente a Lesbo papa Francesco, il patriarca ecumenico Bartolomeo e l'arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos, i migranti che si affacciano ai confini dell'Europa fuggono spesso da situazioni di conflitto e vivono una "colossale crisi umanitaria". 



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