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SCUOLA/ Gli studenti e la patologia del "confine"

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L'ossessione del confine domina il mondo contemporaneo, ma anche tutta la didattica storica ne è impregnata. Non c'è evento, non c'è sviluppo di eventi che non finisca in un allargamento o restringimento di confini. Il confine inteso come frontiera di Stato sembra lo scopo della storia, ieri come oggi. 

Eppure non è sempre stato così. Al tempo degli antichi imperi i confini degli spazi abitati erano rappresentati dalle montagne, dai fiumi e dalle coste. Per la verità anche in epoca contemporanea questo criterio ancestrale ha dominato, pensiamo ad esempio al confine tra Germania e Polonia ancora oggi tracciato dai fiumi Oder e Neisse, stabilito alla fine della seconda guerra mondiale alle conferenze di Jalta e Potsdam. 

L'ossessione del confine ha fatto capolino nella storia con la nascita dello Stato moderno e non a caso da allora si parla di "confine di Stato". Un sito prezioso che mostra l'evoluzione delle mappe storiche documenta più di tante parole l'impressionante effetto semplificante della geografia politica europea causato dalla formazione del secondo impero tedesco, mentore Otto von Bismarck, tra il 1866 e il 1871 a spese di Austria e Francia. La Prussia imperiale inglobò gli Stati tedeschi e l'impero asburgico spostò ad est il proprio interesse politico trasformandosi in austro-ungarico. Lo stesso effetto riguardante la divisione dello spazio sulla base di interessi statalisti (in questo caso coloniali) produce la visione della mappa dell'Africa tra il 1870 e il 1910, quando gli europei ne fecero oggetto della loro espansione, incoraggiata dalla Conferenza di Berlino del 1885 che ebbe come specifico argomento la sistemazione del bacino del Congo e come conseguenza la spartizione del continente nero tra le potenze industriali. Alcuni Stati africani furono un'invenzione occidentale che si sovrappose alle culture locali, basta guardare sulla carta le linee rette dei confini sui quali si litigò anche, come successe tra Francia e Inghilterra a Fascioda nel 1898. La logica del confine si è imposta anche in Asia, ovviamente, provocando evidenti paradossi come quello delle due Coree, quella comunista del Nord e quella democratica del Sud, divise da un tratto corrispondente al trentottesimo parallelo che separava nell'immediato secondo dopoguerra la sfera d'influenza sovietica da quella americana. 

Si potrebbe continuare all'infinito su questo piano, se a questo punto non valesse la pena di chiedersi da dove nasca questa tendenza angosciante a segnare confini. La critica marxista ha collegato la nascita del confine alle trasformazioni degli spazi economici e dunque all'assoggettamento entro i confini dello Stato di popolazioni che sono funzionali ad un certo tipo di produzione. In questo senso le necessità espansive del capitalismo di stato conducono alle guerre per la conquista di spazi ulteriori. 



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