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UNIVERSITA'/ La cultura della valutazione e il nuovo studente-proletario

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Il cervello umano visto da Leonardo Da Vinci (Immagine dal web)  Il cervello umano visto da Leonardo Da Vinci (Immagine dal web)

Infatti, non è dato pensare se all'inevitabile fatica da compiere per raggiungere certi obiettivi si accompagnerà una qualche idea sul come e sul perché valga la pena sobbarcarsi questa fatica. Questo — ed è il vero punto critico con il quale tutti dovrebbero fare i conti — il "sistema" non lo prevede: i programmi ministeriali prevedono principalmente il raggiungimento degli standard, preoccupandosi al più di una sana inclusione sociale dei frequentanti. Cari genitori, vi siete mai accorti che una spaventosa onda meccanicistica e funzionalistica sta travolgendo i vostri figli? 

Ma arriviamo all'università. Qui siamo autorizzati a sperare che le cose vadano meglio: l'università dovrebbe essere il luogo dell'approfondimento libero, della crescita personale non solo attraverso lo studio ma anche attraverso altre esperienze e percorsi personali. Ma questo accade? La notizia degli ultimi anni è che no, non accade, e accade e accadrà sempre di meno. 

Non è necessario essere dei fini pedagoghi per capire che se uno studente di ingegneria deve assistere a 34 ore di lezione alla settimana (e parliamo di analisi, fisica, elettrotecnica, scienza delle costruzioni, elettronica… tutte materie dal peso specifico tutt'altro che leggero, che richiedono molte ore di studio oltre che di lezione), o che se uno di lingue è costretto a frequentare 39 ore alla settimana, la sua vita è letteralmente inghiottita dallo studio. E' la proletarizzazione dello studente. Il paradosso è che il mercato del lavoro cerca come oro la persona "particolare", quella che ha avuto esperienze formative parallele, che ha coltivato passioni e interessi non-specialistici. Domanda: quando sarebbe possibile questo sviluppo personale?

Lo studente dell'università "importante" viene letteralmente schiacciato dalla mole di lavoro da compiere, e nulla nell'istituzione gli fa pensare ad altro. E tanto più è prestigiosa e importante, tanto più il carico sarà pesante. Isolato e in competizione con gli altri colleghi, dedito completamente a lezioni e studio, lo studente-proletario accetta supino tutto quello che l'istituzione gli dice. Lo studio per l'esame, lo studio per "fare bene il percorso" non è più importante: è diventato tutto. Tutto va sacrificato allo studio, soprattutto il tempo libero, le passioni "altre" rispetto all'università, a volte anche le occasioni di rapporto fra colleghi.

Solo ogni tanto emerge qualche lampo di umanità, quando qualcuno fa riemergere una domanda di significato rispetto al tempo e alla fatica, ma il panorama al quale si rivolge questa domanda di senso è però desolante: al di là del rimandare la risposta al "futuro", al "lavoro", alla "professione", è spesso introvabile chi stimola e si prende la responsabilità di rispondere personalmente. Il mondo della formazione sta perdendo forse di vista il fattore determinante e più prezioso di tutto il processo: l'io di chi si fa formare, al di là di qualsiasi ranking. 



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