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UNIVERSITA'/ La cultura della valutazione e il nuovo studente-proletario

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Il cervello umano visto da Leonardo Da Vinci (Immagine dal web)  Il cervello umano visto da Leonardo Da Vinci (Immagine dal web)

Formare capitale umano significa porre le basi per innovare, per gestire al meglio le risorse, per creare ricchezza a tutti i livelli. Proprio per questo la formazione, soprattutto quella universitaria, è divenuta oggetto di studi approfonditi da parte degli economisti, oltre che degli esperti di settore. Assistiamo a una corsa globale a elevare i sistemi di formazione, nella quale i famosi ranking giocano un ruolo decisivo, inevitabilmente portando a qualche segno di omologazione l'offerta formativa a livello internazionale: nel momento in cui si sono fissati criteri e metodi di valutazione, chi è più "indietro" ha intravisto nello scalare i ranking un modo per avvicinarsi ai modelli più famosi e avanzati, a volte sacrificando peculiarità e tradizioni particolari pur di giocare un ruolo non da comprimari nel grande mercato della formazione universitaria. E' proprio grazie a quest'obbligo non scritto ma globalizzato di valutare e valutarsi che anche il nostro paese sta muovendo alcuni passi che dovrebbero rallegrarci, pur tenendo presente che ciò che accade in alcuni luoghi è imparagonabile con quanto accade in molta parte del resto del paese. Le grandi città del Nord, in particolare, offrono una quantità, una varietà e una qualità dell'offerta difficilmente rintracciabile in altre città italiane.

Fin qui tutto bene: un paese come l'Italia sta cercando di raggiungere certi standard per alzare la competizione al suo interno e affacciarsi all'esterno liberandosi di quel complesso di inferiorità che troppo spesso lo ha chiuso nel suo provincialismo. Quello che non va altrettanto bene è ciò che accade nelle vite degli studenti italiani. A guardare la situazione odierna, sembra che nessuno sappia cosa stia succedendo alle giovani generazioni: i genitori non sanno cosa sono costretti a vivere i figli, ma, guardando ancora da più vicino, nemmeno chi "eroga il servizio" ha bene in mente cosa sta accadendo in chi cerca di usufruirne. 

Se le parole d'ordine di questi anni sono state "aumentare l'offerta formativa" e "elevare gli standard", quello che nessuno ha avuto il piacere di investigare è come questo incremento sia stato perseguito. In un mondo nel quale il punto qualificante di un percorso educativo è la misura, il rischio forte è che questo criterio non sia realmente adeguato. Se il solo sforamento di una certa soglia numerica appare il giusto premio a un'attività formativa, qualunque essa sia e comunque venga proposta e svolta, è evidente che la semplificazione è in agguato a ogni passo. 

Nei nostri studenti dunque avviene una scoperta, che li accompagnerà fino alla fine del loro percorso: bisogna studiare tanto per arrivare a un certo livello, non per crescere come persone, non perché conoscere è ciò che distingue e nobilita l'uomo. Sembra niente, una sfumatura, eppure c'è dentro un cambio di paradigma irriducibile: l'efficenza viene scelta come criterio educativo



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