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SCUOLA/ Renzi, passato e presente di una riforma senza "testa"

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

 Questa ricerca è avvenuta in un contesto segnato da due elementi fondamentali. Da un lato, il disimpegno ideologico dello Stato sul terreno dell'istruzione: lo Stato, in altri termini, ha perso interesse a definire i contenuti dell'insegnamento. Mentre invece rivela uno spiccato tratto interventista, asfissiante, sul fronte delle tecniche di gestione. L'unica esigenza che l'apparato pubblico avanza nei confronti della scuola è che il suo dispositivo, quale che sia, funzioni senza intralci.

Dall'altro, e in stretta relazione con il punto precedente, l'accettazione di fatto, vale a dire non tematizzata, non portata alla consapevolezza del discorso pubblico, anzi occultata dietro uno strato spesso di retorica democraticista, l'accettazione, dicevo, che all'interno del sistema operi un principio strutturale di diseguaglianza. 

La scuola è comprensibile ormai solo in quanto affare dei privati, è un investimento delle famiglie in funzione dei loro orientamenti carrieristici. Di qui, ad esempio, il largo spazio fatto in questi anni all'ingerenza dei genitori nella vita scolastica, sempre più pervasiva e sugli aspetti minuti del quotidiano, dalla didattica alla valutazione fino alle scelte educative generali del singolo istituto. 

Ma se non tutte le famiglie sono uguali, con ogni evidenza non lo sono le scuole che ne diventano l'espressione. In questo senso, l'intero apparato di valutazione vale come "segnale" del rischio del compratore quando, decidendo di iscrivere il proprio figlio in un determinato istituto con un certo punteggio, compie un vero e proprio investimento.

Sotto la pressione di questi due elementi abbiamo assistito in questi ultimi anni ad un vero e proprio rovesciamento del rapporto tra scuola e Paese. Mentre il Novecento è stato dominato dall'idea della scuola come avamposto dell'azione educativa dello Stato, chiamato letteralmente a conquistare allo spazio dell'alfabeto e poi della cultura superiore il vasto territorio dell'incultura popolare; oggi prevale una logica diversa, capovolta appunto: da un lato, una scuola di massa, a gestione pubblica e a basso regime educativo, destinata al trattamento di una moltitudine sommariamente scolarizzata; dall'altro, il circuito di istituzioni ancora finanziate dallo Stato ma da questo autorizzate a sganciarsi di fatto dal sistema nazionale di istruzione e a funzionare come istituti privati, che pensano la loro offerta in funzione delle esigenze di un'utenza scelta e desiderosa di conquistare ai loro figli un deciso vantaggio competitivo sugli altri.

C'è in questo modo di concepire il funzionamento dell'istruzione un evidente pregiudizio da first class society e una clamorosa sottovalutazione delle dimensioni politiche dell'istruzione. Per non parlare dell'assunto, privo di qualsiasi fondamento, che i livelli di alfabetizzazione delle società avanzate siano irreversibili. Ma il punto è proprio la natura politica della scuola. Esposta com'è ad una radicale riscrittura delle coordinate della cittadinanza democratica, sotto la pressione dell'immigrazione, la società italiana si trova ad affrontare la sua trasformazione priva di strumenti educativi strategici, quella scuola cioè che per tutto il Novecento ha interpretato la sua funzione come iscrizione dell'individuo all'interno di uno spazio culturale concreto.



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COMMENTI
27/05/2016 - Docenti come fanti controllati da droni (Vincenzo Pascuzzi)

Sintesi pregevole dell’accaduto e della situazione. La scuola è COSTRETTA a passare da una dimensione essenzialmente orizzontale (come è il suo nucleo essenziale costituito dal binomio docente-discente/i) e collegiale a una situazione innaturale e di tipo verticale (v. organigramma con preside al vertice + staff). La didattica diventa serva della organizzazione e della gerarchia. I docenti vengono ridotti a impiegati (v. commento di Roberto Castenetto), diventano quasi scolaretti del DS, del suo staff, degli esperti/colonizzatori esterni. I docenti vengono a trovarsi come obsolete truppe di terra controllate, minacciate, incalzate da aerei o droni: a questi toccherà onore e gloria (ma è ancora da vedere ….), ai docenti i rischi, la fatica, le critiche, i rimproveri e la responsabilità degli insuccessi. Non dimentichiamo che Renzi ha scritto la Buona Scuola sotto dettatura di industriali e finanzieri (1). I DS sembrano interessati e convinti della legge 107 (o stanno abboccando?) anche se ciò non è del tutto chiaro e scontato: “I dirigenti decidano da che parte stare: dalla parte della burocrazia o dalla parte della scuola” (v. altro commento di Roberto Castenetto - 16.5.2016). Inoltre, adesso il governo accredita i DS come ‘motori di cambiamento’!? ------- (1) Un tempo si sarebbe detto: la scuola dei padroni https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/10/19/vivalascuola-202/

 
26/05/2016 - riforme (roberto castenetto)

La crisi dei programmi scolastici e delle discipline si constata ormai da anni. Negli ultimi tempi, tra l'alto, si assiste al proliferare delle progettazioni, sia interne sia esterne alla scuola. Il risultato spesso è la sostituzione del docente con esperti o della disciplina con attività di altro tipo (cinema, video, teatro, ecc), che finiscono per colonizzare la scuola. La riduzione dei docenti a impiegati, da utilizzare in varie mansione è coerente a tale quadro. L'intervento dei genitori è certamente sempre più caratterizzato da una preoccupazione per il successo scolastico dei figli, reale o fittizio che sia. Non riguarda invece i contenuti dell'insegnamento, spesso sottratti agli stessi docenti, come detto. Una scuola dunque come luogo di "socializzazione" e non di apprendimento e maturazione globale della persona. Servirebbe invece una scuola capace ancora di trasmettere un patrimonio di conoscenze, di sviluppare l'uso della ragione, in tutti i suoi aspetti, e di insegnare a convivere nel rispetto di tutti. Ma per questo è necessario che i docenti recuperino il "mestiere".