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UNIVERSITA'/ "Povera" e poco attrattiva: l'Anvur fa la mappa della crisi

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3. Le differenze di genere sono state superate: fra gli studenti la percentuale di ragazze è salita al 55%, e le donne sono in maggioranza anche fra i laureati e nei dottorati di ricerca. Fra i docenti la presenza femminile cresce in maniera costante, con 37 donne ogni cento docenti (la quota media dei paesi Ocse è 42): tenendo conto dell'età media elevata dei docenti italiani, attualmente circa 53 anni, si può immaginare che nel giro di pochi anni saremo allineati alla media. I rettori donna sono però ancora una minoranza, e il sito della Crui ne elenca cinque su ottanta…

4. Quanto alla "produttività" dei ricercatori, se si confronta con le magre risorse impiegate, l'Italia è al livello della Germania, e al disopra dei valori medi europei. Il calo dei docenti, che nel 2008 avevano raggiunto un massimo di 62.753 a motivo del blocco del turn over, è stato continuo e sensibile, e i 50.369 docenti in servizio nel 2015 sono solo parzialmente integrati da 4.608 ricercatori a tempo determinato. Circa la metà dei candidati all'abilitazione nazionale l'hanno conseguita, 12mila candidati hanno per la prima fascia, e circa 6mila per la seconda fascia. Ma capovolgendo il detto evangelico, molti sono gli eletti ma pochi i chiamati: sono stati messi a concorso circa 3mila posti, di cui il 90% per gli associati, e il meccanismo per cui il costo di un professore esterno è molte più elevato ha fatto sì che gran parte dei chiamati fossero già presenti in ateneo al livello inferiore.  

Il rapporto evidenzia poi una serie di punti critici, legati prevalentemente ai tagli alle risorse. 

a) La quota del Pil dedicata alla spesa in ricerca e sviluppo è rimasta stabile nell'ultimo quadriennio su valori molto inferiori alla media dei paesi dell'Unione Europea (2,06% per Ue 15 e 1,92% per Ue 28) e dell'Ocse (2,35%): l'Italia con 1,27% si colloca solo al 18° posto. Il diritto allo studio risente delle differenze tra le regioni, e per la riduzione del Fondo di Finanziamento ordinario gli atenei faticano a programmare e a finanziare le proprie attività. La mancanza di fondi induce molti giovani, in mancanza di prospettive, a lasciare la carriera universitaria o a proseguirla all'estero, drenando le risorse investite (portare alla laurea uno studente comporta un investimento nell'ordine dei 150/200mila euro a seconda del corso di studi), con una dinamica che è tipica dei paesi in via di sviluppo. Si può parlare di "fuga dei cervelli" e non di semplice mobilità, perché mancano i corrispondenti flussi in entrata. Si è già detto, infine, del permanere del divario tra atenei delle diverse macroregioni del paese, che si è allargato a causa della mancanza di politiche volte a promuovere la qualità e ridurre gli squilibri, anche ridimensionando talune distorsioni dell'offerta, con l'adozione (seppure parziale) del costo standard. Si sta cercando di utilizzare a questo scopo la premialità, che invece viene accusata di distruggere, in base a qualche losco disegno, l'università e la ricerca nel Sud. 



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