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SCUOLA/ Io, docente in gita scolastica, "presidente per un giorno"

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E non dimentichiamoci poi della presenza, nelle nostre classi, dei disabili: sono ancora vivi gli echi della polemica per la ragazzina autistica che aveva rischiato di essere esclusa dalla gita di classe. Personalmente, mi permetto di dire che ogni classe è un mondo a sé, con sinergie proprie e con meccanismi che non si possono giudicare a prescindere. Di solito, però, come si semina, così si miete: se il compagno autistico, o portatore di altra disabilità, è davvero integrato nella classe, se si fa per tutto l'anno un lavoro che tocchi e coinvolga gli studenti, se l'insegnante di sostegno è davvero co-titolare della classe (come recita la norma di legge), allora certe situazioni, con un po' di buona volontà, si possono sempre risolvere. Personalmente, mi è capitata una gita all'estero con un ragazzo affetto da sindrome di Asperger, e tutto è filato tranquillissimamente: certo, si trattava di un ragazzo tranquillo, appassionato di storia, e quindi le premesse erano già buone; e poi, il suo insegnante di sostegno, con cui c'era un bel rapporto, lo seguiva passo passo durante tutto il viaggio, e le classi, a maggioranza femminile, erano molto accoglienti e disponibili con lui. In altri casi, quando la disabilità era così forte e limitante logisticamente da rendere davvero difficilissima la partenza per un viaggio di istruzione, è anche capitato che la compagna meno fortunata venisse "risarcita" dagli altri componenti della classe con l'organizzazione di una gita tutta per lei, cui tutti avevano partecipato. Sto parlando della scuola di Alice in Wonderland? Nient'affatto. Ma a fronte di alcuni episodi negativi che rimbalzano sui giornali, sarebbe bello dare rilievo anche ai casi positivi, che esistono e sono davvero molti.

In gita, oltre a tutte le responsabilità elencate, può sempre capitare di dover gestire situazioni di emergenza, per esempio, una visita a un museo senza prenotazione: provate voi a guidare una carovana, perchè tale è, di un'ottantina di ragazzi, a spasso per le viuzze strette e affollate di una città d'arte, mettendo d'accordo più o meno tutte le anime della comitiva (chi vuole andare all'Hard Rock Café, inspiegabile polo d'interesse adolescenziale, chi preferisce il museo, le ragazze che vogliono guardare le vetrine — sgrunt! — e quelli che chiedono di riposarsi in un parco con un gelato). Se riuscirete nell'impresa, complimenti: sarete ufficialmente patentati in problem solving estremo. Quando si parla di master costosissimi che insegnano ai dirigenti a gestire situazioni di emergenza con creatività e prontezza, e a sviluppare le competenze relazionali, mi viene da ridere: il vero banco di prova sarebbe portarsi a spasso per quattro-cinque giorni una massa di adolescenti dei quali solo una piccola porzione, solitamente, è una nostra allieva.  



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