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SCUOLA/ Dove passa la strada per ricostruire un'etica pubblica?

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Carlo Emilio Gadda (1893-1973) (Foto dal web)  Carlo Emilio Gadda (1893-1973) (Foto dal web)

"L'Italia nel suo complesso è molto migliore di come noi stessi a volte la dipingiamo" ha sottolineato il presidente Mattarella il 2 giugno scorso, in occasione delle celebrazioni per la Festa della Repubblica. Un concetto già espresso in un precedente intervento al Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri in cui aveva osservato che "la percezione che si ha dell'Italia all'estero è decisamente migliore di quella che avvertiamo noi italiani".

Il presidente Mattarella non è né il primo né l'unico ad aver evidenziato la deplorevole e persistente propensione tutta italiana a disprezzare e screditare il proprio paese e i propri concittadini, specie in presenza di stranieri. Già nel 1919 Carlo Emilio Gadda l'aveva battezzata "la porca rogna italiana dell'auto-denigrazione" cioè "la dilagante attitudine a deprecare noi, il Paese in cui siamo nati, il governo in carica (da chiunque presieduto), la storia passata, le inevitabili noie quotidiane". E' una tendenza che non trova riscontro in nessun altra nazione occidentale, e nemmeno tra i paesi cosiddetti in via di sviluppo; nessun cittadino al mondo rappresenta il proprio paese usando i toni abietti e sprezzanti che usano gli italiani nel descriversi. 

Molti studiosi hanno tentato di offrire una spiegazione storica a questo fenomeno, individuando nei secoli di dominazione che l'Italia ha subito l'origine di un endemico complesso di inferiorità verso le altre nazioni sovrane e un retaggio di servilismo che si manifesta nel lodare tutto ciò che è straniero e svilire tutto ciò che è italiano. 

Il problema è che la maggior parte degli italiani è davvero intimamente persuasa di vivere in un "paese disastrato" dove "non funziona mai niente". Questa convinzione è talmente radicata che se dati ufficiali, elaborati da autorevoli organismi internazionali, sono favorevoli all'Italia non sono ritenuti veritieri e vengono persino contestati. Gli italiani hanno una propensione maggiore di qualsiasi altra popolazione a recriminare e a lamentarsi per ogni disfunzione. Espressioni come "queste cose accadono solo in Italia", "siamo peggio di un paese del terzo mondo" fanno ormai parte del linguaggio comune. Eppure nessuno è disposto a riconoscersi nel ritratto dell'auto-denigratore; tutti affermano di amare il proprio paese ma di essere solo "realisti" e "obiettivi" nel deplorare lo stato in cui si trova. 

Questa impressione è costantemente alimentata dai media, che proiettano una realtà tutta al negativo arrivando persino a manipolare dati e comunicati per fare apparire la situazione peggiore di quanto non sia. I nostri giornalisti sono, in effetti, l'espressione più evidente della frenesia autodenigratoria che caratterizza la popolazione italiana. Per giustificarsi affermano che "le buone notizie non fanno audience" ma sono probabilmente essi stessi propagatori e, al tempo stesso, vittime del dilagante pessimismo che regna nel nostro paese, in un circolo vizioso perpetuo e deleterio. 

Corrado Augias, in un articolo apparso su Repubblica, ha sottolineato la differenza tra "il diritto/dovere di critica e l'eterno mugugno", in quanto "le critiche, se ripetute a proposito e a sproposito, logorano, perdono di efficacia, diventano un piagnisteo insignificante". 



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COMMENTI
13/06/2016 - Programmi di educazione civica e etica pubblica? (Franco Labella)

La collega Ciava è stata molto all'estero e magari si sarà persa la puntata di "Cittadinanza e Costituzione". Quando scrive letteralmente di inserire "nei programmi di educaione civica" qualcosa, non so se il suo è un wishful thinking, un consiglio (inesplicabile) ai docenti o cosa. L'educazione civica nel nostro Paese è esistita dai tempi di Moro (Aldo non Tommaso) fino alla sua eliminazione. Poi qualcuno (la Gelmini) si è inventata una non-materia, Cittadinanza e Costituzione che è nota solo agli editori scolastici. Se la cercate sulla pagella dei vostri figli la cercherete invano. Se vi chiederete quante ore sono dedicate alla non-materia datevi una risposta certa: 0 (zero). Se volete svolgere una piccola ricerca sul grado di diffusione della non-materia sarete benemeriti ad una condizione: non usate le parole magiche (Cittadinanza e Costituzione) in un motore di ricerca ma andate sul campo (scuole e studenti). Perché se googlate C&C vi viene fuori un mondo nuovo ancorchè inesistente e privo di effetti (altro che la costruzione dell'etica pubblica) fatta di un coacervo di iniziative, le più disparate, le più frammentarie che hanno una caratteristica comune. Sono iniziative che fanno capo solo al mondo esterno della scuola. Insomma è come se, volendo diffondere la pratica sportiva, ci rivolgessimo anziché ai docenti di Scienze motorie, alle società di calcio. E la brutta scuola non ha innvovato nulla in materia. Da Gelmini a Giannini nulla di nuovo sotto il sole.