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SCUOLA/ Greco e latino, superiamo l'opposizione tra grammatica e civiltà

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Leonardo Da Vinci, Uomo vitruviano, particolare (1490)  Leonardo Da Vinci, Uomo vitruviano, particolare (1490)

Senza la grammatica, per "descrivere" il genitivo singolare latino non avremmo alternativa all'elenco nudo e crudo di tutte le forme di genitivo che incontriamo nei testi, letterari e non: ricordarle tutte sarebbe impossibile, o almeno oltremodo dispendioso, anche per Pico della Mirandola, ma soprattutto sarebbe assai frustrante, perché la mente umana soffre dell'ammasso farraginoso di dati, mentre "gioisce" nel conoscere in maniera "semplice" una parte il più possibile ampia della realtà. L'elaborazione dei modelli grammaticali, dunque, è un processo identico, sul piano metodologico, all'elaborazione dei modelli matematici, fisici, economici. E' un processo che si applica a posteriori, non a priori, ai dati di una lingua: sulla base dei testi, che vengono prima, individua le "regole" (in questo ha ragione Serianni: la grammatica "serve" i testi, non viceversa).

La grammatica che si impara a scuola è il frutto di questo lavoro. E' una scienza, e come tale dovrebbe essere fatta percepire a chi la studia. Né è impossibile farlo, al liceo, se un professore la possiede in modo sicuro. Più la si possiede, più si è in grado di semplificarla senza banalizzarla, ma soprattutto più si è in grado di renderla avvincente, di "farla parlare": una lingua infatti è l'espressione del popolo che se ne vale, non solo perché molto (non tutto, certo) di ciò che caratterizza quel popolo ci è noto attraverso il veicolo della lingua, ma perché l'uso di certe strutture anziché di altre è testimonianza insostituibile della mentalità di quel popolo. 

E' ingenuo pensare che si possa studiare a fondo una civiltà prescindendo dalla conoscenza della sua lingua. Si potrà essere in grado di capire ciò che altri (quelli che sanno la lingua!) ci raccontano di quella civiltà, ma non si sarà mai autonomi nel verificare la fondatezza di quei racconti. Per questo non si può studiare il mondo antico in maniera consapevole e critica senza conoscerne a fondo la lingua, la quale è fatta di parole, ma anche di strutture, cioè di grammatica. La quale non si può conoscere così così: o la si conosce o non la si conosce (mi perdoni Luca Serianni se oso definire quantomeno bizzarra la sua proposta della riduzione dello studio delle declinazioni latine alle prime tre…).

Ecco perché si dice che il greco e il latino insegnano a pensare: non perché siano lingue più "logiche" delle altre (questa è un'affermazione priva di senso), ma perché studiarle implica — più ancora che per le lingue vive — una riflessione grammaticale nel senso sopra indicato. Accrescere le capacità logiche non è l'obiettivo proprio dello studio del greco e del latino, ma se ne diventa un portato inevitabile, un valore aggiunto, perché strapparsi le vesti, come qualcuno ha fatto al convegno milanese? 



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