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SCUOLA/ Greco e latino, superiamo l'opposizione tra grammatica e civiltà

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Leonardo Da Vinci, Uomo vitruviano, particolare (1490)  Leonardo Da Vinci, Uomo vitruviano, particolare (1490)

Nel suo articolo sul Sole 24 Ore di domenica 22 maggio 2016, "Preservare il latino è ripensarlo", Luca Serianni, riproponendo il suo intervento al convegno del Politecnico di Milano sul liceo classico tenutosi lo scorso aprile (sul quale è intervenuto Marco Ricucci sul sussidiario), se la prende fra l'altro con la prova di versione e con il "soverchiante apparato grammaticalistico" che nella scuola si accompagnerebbe alla lettura dei testi, ribaltando il rapporto corretto fra questi ultimi e la grammatica. 

Se davvero così fosse, non si potrebbe che deprecare. A mio avviso però così non è, almeno non da parte di numerosi bravi insegnanti di cui la scuola italiana — e il liceo classico in particolare — può valersi, diversi dei quali mi confermano che la "lettura lenta" dei testi cui il prof. Serianni invita è oggetto del loro lavoro quotidiano e che il grammaticalismo che si rimprovera all'insegnamento liceale delle lingue classiche è oggi un difetto tutt'altro che diffuso, incomparabilmente meno diffuso del suo opposto: esso — forse — può essere ascritto a qualche cattivo docente, che ripropone ogni anno senza passione la grammatichetta che a suo tempo ha imparato a scuola, oppure a qualcuno che, conoscendo assai superficialmente le lingue classiche, maschera la propria incompetenza ossessionando gli allievi con regoline e regolette insulse imparate al momento sui libri, e magari non vede l'ora di rinunziare del tutto ad insegnare ciò che non conosce, cercando qualche via per fare un greco e un latino più facile.

C'è un'insidia pericolosa nella taccia di -ismi assegnata fin troppo volentieri, nel recente dibattito sulla didattica delle lingue classiche, ad alcune discipline (me lo ha fatto notare un'amica insegnante di inglese in un liceo classico lombardo): quello di sostituire, nella nostra percezione, l'-ismo alla definizione positiva. Non più grammatica, ma grammaticalismo, non più filologia, ma filologismo: la grammatica e la filologia diventano, in questo modo, qualcosa da evitare, di cui quasi vergognarsi. Certo, ogni positivo può conoscere una degenerazione: esistono, eccome, il tecnicismo, lo scientismo, lo psicologismo, l'antropologismo, ma guai se cancellassero dalla nostra considerazione positiva la tecnica, la scienza, la psicologia, l'antropologia.

Proviamo dunque a mettere da parte per un momento lo spettro del grammaticalismo per interrogarci sulla funzione della grammatica, quella sana, al liceo. Serianni, molto meglio di me, sarebbe in grado di tesserne l'elogio. Che cos'è la grammatica, al di là delle definizioni da vocabolario? E' la riflessione strutturata su una lingua antica o moderna, l'individuazione di costanti nelle attestazioni che noi ne possediamo, l'elaborazione di "modelli" (quelli che noi chiamiamo "regole") che permettono di descrivere in forma sintetica fatti e fenomeni presenti nella lingua.  



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