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SCUOLA/ Quando un prof è solo un numero

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Pensa, per consolarsi, che un vantaggio ce l'ha: non deve fare quello stupido concorso-quiz. Ma pensa anche che tanti giovani alle prime armi solo per aver risposto alle domande di un quiz e aver fatto tante e tante ore di formazione teorica le passeranno avanti, avranno il diritto di una cattedra molto più di lei, che è nella scuola da almeno vent'anni. Lei è "fase C", è una di quelli immessi nella scuola per grazia ricevuta, o perché l'Europa lo pretendeva. E in tutti questi anni era sempre lì lì per essere immessa in ruolo, nei primissimi posti, ma sempre superata dai trasferiti, dalle passerelle e dagli scivoli, dalle 104, dagli strani magheggi che avvenivano nelle sacre stanze dei provveditorati (e dei sindacati). E ogni anno a guardare la classifica e a vedere il proprio nome che sale e che scende, dal secondo al terzo posto, dal terzo al secondo. Solo che per mancanza di posti e per mancanza di pensionamenti è rimasta sempre al palo. Poi la Buona Scuola e la "fase C", la definitiva promozione-retrocessione in serie C.

"Ecco, questi sono i tuoi punti. No, non sei messa bene. Ma consolati c'è chi sta peggio di te". Non c'è che da salutare l'uomo del sindacato ed uscire dall'ufficio. Le vengono in mente i volti sorridenti dei suoi studenti all'inaugurazione della mostra, solo una settimana prima. Ripensa al suo discorso davanti ai sindaci e alla dirigente scolastica e ai colleghi. Ai ringraziamenti dei genitori dei ragazzi. E dovrà ancora una volta lasciare tutti e tutto, tutto quello che di bello è stato costruito in un anno di intenso lavoro. Del doman non v'è certezza. Ancora una volta.

Le viene in mente, come in un improvviso flashback, tutto quello che fatto in tanti anni di insegnamento, mai banale, mai piatto, sempre col desiderio e la gioia di creare, di dare, con entusiasmo, sempre a ricominciare da capo, in una scuola nuova, con colleghi e allievi nuovi. E poi pensa al numero, al punteggio. Si rende conto che in tanti anni è stata solo un numero per la scuola italiana. Che avrebbe potuto fare molto meno, limitarsi al minimo sindacale, perché tanto il risultato sarebbe stato lo stesso. Anzi, fosse stata solo più furba e lungimirante, il risultato sarebbe stato migliore.

"Sono solo un numero", pensa, e, sinceramente, le viene un po' di rabbia, dopo aver compilato l'ennesima domanda della sua carriera che la costringerà all'ennesima peregrinazione della sua vita.



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COMMENTI
20/06/2016 - Il dito e la luna (Franco Labella)

Commento da brividi quello della collega Carolla. Applicassimo i suoi criteri interpretativi, alle amministrative dovremmo scrivere che Fassino l'ha sconfitto la Appendino anziché gli elettori che hanno votato la seconda stracciando il primo. Ed il paragone tra medico e sindacalista, con tutti e due che secondo la Carolla invece di svolgere una funzione positiva esisterebbero per giustificare il loro ruolo è uno dei tanti frutti avvelenati di un clima culturale di cui il renzismo è la fase finale. In tutti i sensi. Ma a ottobre ne riparliamo...

 
19/06/2016 - Non guardarti con gli occhi del sindacato! (Pia carolla)

Viene un po' di rabbia, sì. Ma non solo per i punti. Soprattutto per quello sguardo di compatimento del sindacalista, che di te vede solo il punteggio. Perché altrimenti lui cosa ci sta a fare? Italia, 2003. Chiedo il trasferimento, perché ho vinto il concorso nella regione sbagliata. O meglio, perché nelle more del concorso (che non finiva più) mi sono trasferita in un'altra regione. Ho ben pochi anni di insegnamento alle spalle... puoi immaginare il punteggio. Con me il sindacalista si arrabbia proprio, altro che compatimento; come se chiedessi l'impossibile. A settembre il trasferimento arriva e nella scuola sotto casa: logico, c'erano 12 cattedre libere. Ma quando lo avevo detto al sindacalista, allora sì che era sbottato: "Lei pretende di vincere un Superenalotto da 10 milioni!" Perché capita che qualcuno sia preoccupato soprattutto del proprio, di lavoro; e magari che ci sia anche qualche conflitto di interessi. Come quel chirurgo che disse, dimettendo mio padre dall'ospedale: "Se si potessero prevenire questi problemi, noi non lavoreremmo più".