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SCUOLA/ Così il centralismo mette i "maestri" in naftalina

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La Buona Scuola è un abito da Arlecchino confezionato con tante pezze diverse a nascondere la povertà qui non di mezzi, ma di un'idea unificante, che le dia un'anima. Se un'innovazione sarebbe dovuta entrare nella scuola secondaria, questa sarebbe dovuta entrare con la riforma dei cicli, con la didattica delle competenze e le linee guide, non più "i programmi". Ma quanta didattica per competenze si è vista, al di là di programmazioni archiviate come tali? La riforma dei cicli ha semplificato di certo l'offerta, eccessivamente spezzettata, ma non ha cambiato la scuola secondaria; come avrebbe potuto farlo se coloro che sono incaricati dalla rivoluzione, i docenti, non intendono salire sulle barricate? Da allora, con buona pace di chi ha avuto la fortuna di un'esperienza positiva, il carrozzone scuola ha continuato  per la sua strada fino alla promessa della rinascita con il decreto Buona Scuola. Il cui contenuto, tuttavia, non era originariamente, strutturalmente atto, ad immettere linfa vitale nel corpo della scuola; al di là dei proclami, legati che siano o no alla necessità elettorale del premier o del ministro di turno.
Ma se non è assennato aspettarsi la ripartenza del sistema scuola dalla "scossa" della Buona Scuola, da cosa aspettarsi la ripartenza? La centralità della figura del docente come risorsa umana è il fulcro di un recente reportage di The Economist "How to make a good teacher", quindi della sua "creazione" o meglio formazione; e la parola chiave della Buona Scuola è assunzione, non formazione. Con la Buona Scuola si avranno solo e soltanto concorsi, e Tfa contingentati (ammesso che partano; mi sovviene ora che nella Buona Scuola c'è anche questa parola chiave, il Tfa per abilitare i docenti, questa caduta per ora nell'oblio).
Un panorama deludente di produzione di massa di corpo docente a cui è, a mio parere, sterile contrapporre la singola umanità e professionalità del docente, pur motivato, pur preparato. Il professore carismatico che sfida il sistema immobilista di The Dead Poets' Society è un modello pericoloso, perché l'unico seme che pianta è quello della ribellione, dell'essere contro, della setta che lo segue come un "capitano". Più confortante la figura di Erin Gruwell che con i Freedom Writers (vicenda vera) crea unione e tolleranza fra ragazzi di gangs di Los Angeles. Il fulcro della sua azione didattica è la revisione totale del programma del corso dopo aver scoperto che nessuno dei ragazzi sa cosa sia l'Olocausto, vale a dire non ha idea di quale orrore possa generare l'intolleranza razziale. Parimenti ignorano il coraggio di Anna Frank; da questo partono visite didattiche e momenti di socializzazione fuori della classe, perché la classe possa nascere; parte della nascita è la scrittura di un diario a più mani, il Freedom Writer Diary, dove i 150 teens si raccontano e scoprono il valore che ognuno di loro ha nelle relazioni di tolleranza e amicizia che si vanno a creare. L'esperienza è stata narrata in un film, e ha dato origine ad una fondazione che vorrebbe replicare il metodo dei Freedom Writers.



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