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SCUOLA/ Bonus merito, com'è difficile scegliere i prof più bravi. O forse no

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1. La prima è quella che privilegia l'autovalutazione dell'insegnante che intende concorrere alla premialità: a tal fine egli enuclea e motiva i propri meriti e i risultati raggiunti. Il dirigente si riserva di verificare la veridicità di quanto dichiarato e di comparare — sulla base delle indicazioni del comitato di valutazione — i diversi profili che gli sono sottoposti. Si tratta di una pratica alquanto autoreferenziale, poco invasiva, gradita soprattutto a quanti diffidano, anche su altri piani, delle prassi valutative esterne. 

2. Una seconda linea di tendenza è guidata da un criterio quantitativo, a punteggio o, nei casi meno rigidi, affidato alle cosiddette "rubriche". In questo caso le indicazioni normative nazionali vengono tradotte dal comitato di valutazione in una varietà notevole di situazioni per ciascuna delle quali viene fissato un punteggio (più o meno in linea con quanto accade per valutare i titoli nei concorsi pubblici). Il compito del dirigente risulta notevolmente semplificato: non gli resta che fare la somma dei punti raccolti da ciascun insegnante e stilare un vera e propria graduatoria. Una prassi che garantisce al massimo il dirigente, anche se è lecito dubitare che i punteggi o le "rubriche" siano in grado di interpretare la complessità del lavoro e della professionalità dell'insegnante. 

3. Minoritaria, ma non per questo secondaria per importanza, risulta, infine, la proposta di quanti si affidano alla reputazione di cui godono gli insegnanti. In questo caso la valutazione viene scandita in due momenti: una valutazione reciproca tra pari (e cioè tra gli insegnanti della stessa scuola) e una valutazione esternalizzata (ad esempio mediante questionari) nella quale coinvolgere il personale non docente, i genitori e, nelle scuole secondarie, anche gli studenti. 

Questa soluzione — consonante con altre tendenze valutative socializzate già attive in numerosi istituti come, per esempio, la rendicontazione sociale — ha il merito di non essere referenziale, di non affidarsi a punteggi alquanto anonimi, per quanto si debba ammettere che presenta il rischio di privilegiare aspetti più esteriori (il docente simpatico, generoso nei voti, ecc.) che sostanziali della professionalità. Ma ha l'indubbio vantaggio di portare più facilmente alla luce quei docenti che, come ha descritto autobiograficamente Daniel Pennac nel suo Diario di scuola, sanno trasformare, con la loro passione educativa, l'ultimo della classe in un "alunno avido di conoscenze".

Non manca chi infine — con una soluzione compromissoria al ribasso — senza troppi interrogativi già sta ipotizzando che per il bene di tutti e la pace universale nel giro di pochi anni tutti i docenti potranno fruire della premialità mediante un'adeguata turnazione. Anche se il ministero ha escluso in modo tassativo che la soluzione "a pioggia" possa essere tollerata, non escluderei che alla fine qualcuno lavori in questa direzione all'insegna di un ben noto principio: perché farsi del male da soli?  



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