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SCUOLA/ Liceo classico, "rifondarlo" con Eco e Roland Barthes

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Jorge Luis Borges (1889-1986) (Foto Alicia D'Amico - Wikipedia)  Jorge Luis Borges (1889-1986) (Foto Alicia D'Amico - Wikipedia)

Si tratta di promuovere un costante dialogo fra lingua paterna (latina, matematica, letteraria) e lingua materna (dell'uso). Eco avvertiva con chiarezza la deriva della licealità, ricordando quel che ormai da anni succede "negli Stati Uniti e sta accadendo sempre più nel mondo", dove "nascono sacche di iperspecializzazione, dove l'esperto di malattie rare non sa più curare un raffreddore e ha dimenticato la visione globale del corpo umano che ci aveva insegnato Vesalio". 

Anche il dottorato universitario dovrebbe poter essere in grado di perseguire una tipologia di studi liceale, ove ricomporre l'orizzonte culturale in cui saper collocare al giusto posto la propria ricerca specialistica. Lo ricordava anche, sul settimanale Internazionale, Rob Brezsny, con il suo oroscopo, l'ultima superstizione moderna (cfr. R. Barthes, Miti d'oggi), insieme all'arte, che ricordi all'uomo la natura non solo storica o biologica, ma cosmologica della propria identità. Anche l'astrologo attingeva ai classici, quelli modernissimi della fantascienza: "Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un'invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti (R.A. Heinlein, Time Enough for Love).

Il Classico, o dell'Intempestivo — C'è però un modo di trattare l'argomento, intuito e scelto dal professor Eco sin dal principio del suo intervento apologetico, che a nostro avviso vale da solo la premura del volume, ben al di là delle molteplici questioni particolari, più o meno interessanti, messe in questione. 

Perché, se il postmoderno tracciato da Eco lungo il corso della sua vita ci parve sempre un postmoderno supponente e irridentein questo estremo agone dialettico a favore del liceo classico, messo di fronte a un gioco molto più drammatico di quanto si potrebbe supporre (si tratta in fondo solo di decidere se eliminare o meno una forma di scuola), egli viene a proporre un netto cambio di prospettiva e di giudizio. 

Forse, ci piace immaginare, Eco intravide, immaginando il destino del Classico, l'inadeguatezza di un ormai tramontato postmoderno gaio. Forse, nella difficile tenzone col Classico, e con i Classici, meglio che altrove Eco rivela il volto tragico del suo sguardo sulla storia e sul senso del tempo, accedendo ad una visione quasi metafisicamente intempestiva (o inattuale). Come uno Scipione che contempla la terra dalla Via lattea, Umberto Eco fa notare che "negli ultimi anni sono state tentate tante riforme degli studi e attivati tanti programmi sperimentali" sui quali, come tutti noi, anch'egli non può che avere "scarse conoscenze". La ridda dei decreti ministeriali in corso d'anno è ormai una scoscesa Torre di Babele, ugualmente inutile per raggiungere la serenità dell'Olimpo.



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