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SCUOLA/ Latino, la bellezza (e la vitalità) di una lingua inutile

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Gardini passa poi in rassegna, in una personalissima antologia che occupa buona parte del volume (pp. 53-196), filtrata attraverso gusti, aneddoti e ricordi personali, i principali autori latini: Ennio, Lucrezio, Catullo, Virglio, Seneca, Orazio, Persio e Giovenale. C'è un lodevole coraggio, di questi tempi, nel proporre i testi anche in lingua originale, e si sente la mano del traduttore e poeta, in questa selezione, che ha per ogni autore un'osservazione, una definizione di curiosa felicitas, di rara felice precisione: per esempio, sentite qui: "il mondo di Virgilio non sta tutto al sole" (p. 135, a partire dall'osservazione di quante volte ricorra la parola umbra); Tacito è l'essenza del latino: con sensazione, efficacia, pienezza, chiaroscuro. Via il troppo, via addirittura l'essenziale se è desumibile" (p. 99); "Orazio ci viene incontro come esempio di opposizione alla volgarità" (p. 198).

Altro cliché smontato da Gardini è che il latino sia una "lingua morta", espressione infelice nata da una concezione sbagliata della vita delle lingue e della distinzione fra scritto e orale. Il latino di Quintiliano e Catullo, quello che studiamo a scuola, codificato dalle grammatiche, è la lingua della letteratura, e come tale non è mai stato parlato, nemmeno in età classica. Neanche Cicerone, per intenderci, parlava alla moglie, agli amici, e ai suoi schiavi nella lingua delle sue orazioni, nè certo Cesare non parlava ai legionari con la feroce codificazione stilistica dei commentarii. Noi, ingenuamente, identifichiamo l'espressione orale con la vita tout court

Ma sbagliamo, e di grosso: il latino non è più parlato, ma è testimoniato da tantissimi manoscritti e nella letteratura (vi dice niente Orazio? "Ho innalzato un monumento più durevole del bronzo, e della regale mole delle piramidi..."); se dunque permane nella forma scritta più elaborata, nella letteratura, come può essere morto? È anzi vivo, vivissimo, molto più vivo di quello che diciamo agli amici al bar o al collega al lavoro. Dei miliardi di parole e frasi che si pronunciano ora nel mondo, mentre leggete queste righe, tanta mole è già sparita, e ne subentra un'altra, anch'essa deperibilissima. Perché una lingua sia viva, non basta che siano vivi i parlanti: viva è la lingua che dura e che produce, altre lingue (le lingue neolatine) o altra letteratura: Dante non avrebbe scritto la Commedia senza Virgilio; Castiglione non poteva scrivere il Cortegiano senza Cicerone alle spalle; tanta poesia inglese è intrisa di Orazio. Insomma, Viva il latino è un atto d'amore nella letteratura, nella sua dignità e importanza. 

Da docente di latino, pagata (forse poco) per studiare e spiegare cose belle come Tacito e Lucrezio, lo so, parlo un pochino pro domo mea: continuiamo a studiarlo, a tradurlo, soprattutto, a preservare il liceo classico; e firmiamo la petizione taskforceperilclassico.it: probabilmente, anche Gardini la sta firmando in questo momento.



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