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SCUOLA/ Il liceo classico? Vivrà, ma non grazie al bricolage di Umberto Eco

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Umberto Eco (1932-2016) (LaPresse)  Umberto Eco (1932-2016) (LaPresse)

Non ci stupiremo allora se lo studio della profondità del presente (questa la vocazione del Classico, noi crediamo) spesso non rimanga che studio erudito di un passato morto, dal momento che solo nomina nuda tenemus. A meno che la nudità delle parole non sia il necessario preludio al loro uso comunicativo, pubblicitario, mediatico, politico: e mai artistico e autenticamente contemplativo, popolare e aristocratico insieme. 

Ben altrimenti pensava il collega semiologo Roland Barthes, quando ricordava: "Ancora una volta Nietzsche: 'L'unico sbocco sano e naturale di una cultura classica, come si dice, è l'abitudine di usare con serietà e rigore artistico la propria lingua materna'…" (Écrits postumes). Educare alla profondità (alla pienezza di senso) di cui ogni linguaggio del presente è vestito: questo lo "sbocco sano e naturale di una cultura classica", non denudare i nomi. Altrimenti, un classico qualsiasi, per non essere cancellato dalla Storia, dovrà inventarsi un'utilità, una giustificazione di pratica necessità, un vantaggio, una profezia. Nelle pagine di Eco, ad esempio, Manzoni diventa un "filosofo, che intuisce le trame dello Zeitgeist", un Profeta dello Spirito del tempo. Sarebbe un grande autore perché avrebbe previsto il senso moderno della storia, non per aver scritto quel che ha scritto. Salvaguardiamo così i gusci, i fiori secchi. Ma perdiamo il profumo della rosa, la sua calda vitalità. Tutto lo sforzo linguistico del Gran Lombardo, per dire il vero nella lingua di tutti, si riduceva ad una strategia editoriale: "lo vedete con quanta ipocrisia e serenità parla dei suoi venticinque lettori. Venticinque milioni, ne vuole". Meno male che il professor Eco non venne chiamato alla difesa in un Processo al Manzoni: quando con tutte le migliori intenzioni valorizza un Autore del passato, questi ne esce fatto a fettine come il peggior rivale. Meglio interpellarlo in veste di Pubblica Accusa. 

Preferiremmo allora piuttosto questa concezione del senso storico Classico: il signore della lingua, diceva Orazio, è l'uso, è il presente, il tempo in cui l'artista può attingere il significato delle cose che si rivelano nel loro passare e permanere. Il Classico è innanzitutto affare del Poeta. Lo ricordava anche uno dei testimoni convocati al processo, il professor Canfora Luciano: la storia è sempre storia contemporanea: come dire che lo studio dei classici è sempre e solo lo studio della contemporaneità di ogni evento, visto nella sua classicità, ossia nella sua profondità di senso. Basterebbe intendere questa semplice verità per non aver dubbi sul mandare assolto il nostro liceo, dichiarandolo addirittura il più atto ad intendere la profondità complessa del mondo contemporaneo.

 

(1 - continua)



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