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SCUOLA/ Il liceo classico? Vivrà, ma non grazie al bricolage di Umberto Eco

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Umberto Eco (1932-2016) (LaPresse)  Umberto Eco (1932-2016) (LaPresse)

Atti di un Processo — Il Processo al Liceo classico (Collana della Fondazione per la Scuola, il Mulino, 2016) "messo in scena al Teatro Carignano di Torino nel novembre 2014", non aggiungerà novità ai processi all'italiana. Assolto dalle imputazioni di "inganno, inefficienza, iniquità" — ossia dall'accusa di essere un prodotto del fascismo gentiliano, di formare una casta di notabili e di essere incapace di istruire i borghesi moderni — il nostro liceo può tornare a dormire sonni tranquilli. Anche nel caso si trovassero nuovi capi d'accusa, secondo la "Corte" per ora "non risultano individuati responsabili". Tutti assolti e sonni tranquilli.

Al processo poi, come d'uso, dissero la loro avvocati, giornalisti, docenti universitari, politici, burocrati, ex ministri. Dei diretti interessati, gli insegnanti liceali, neppure l'ombra. Andrà però notata la solerzia con cui la casa editrice il Mulino, dopo soli due anni dalla "Sentenza", ha pubblicato gli Atti processuali. Solerzia motivata dall' "onda dell'emozione suscitata in queste ore dalla notizia della scomparsa di Umberto Eco. Una perdita inestimabile per la cultura, l'università, la ricerca, la scuola e più in generale per la società e la democrazia, come attesta la commozione in tutto il mondo" (Premessa). Si trattava di un omaggio non generico al professore, avendo ricoperto in quel processo fittizio il ruolo di Avvocato della Difesa. 

Noi, per il momento, seguendo umilmente l'esempio di un Classico, preferiamo non cavalcare "l'onda dell'emozione" e "lasciare ai Posteri l'ardua sentenza" sulla "gloria" dello studioso e dello scrittore. Tuttavia, insieme a Umberto Eco, per una volta vorremmo anche noi peccare d'ottimismo: il liceo classico mostrerà solide ragioni per sperare di sopravvivere a beneficio delle generazioni venture. 

Certo, non siamo a tal punto sprovveduti da non riconoscere, tra gli odierni lodatori delle "riserve indiane" in cui pare sopravvivere il classico, molte di quelle voci che un tempo avevano incitato allo sterminio degli arcaici e selvaggi pellerossa (greci e latini); avevano imposto alla storia una nuova direzione (qualunque essa fosse, purché scientifica e moderna); avevano infine progettato di cancellare dalla faccia della civiltà occidentale i trogloditi residui dei totem e dei tabù ancestrali. L'avvento del  postmoderno, riconosceva con estrema lucidità nel 1979 Françoise Lyotard, significava "aspettarsi una radicale esteriorizzazione del sapere rispetto al 'sapiente' […]; l'antico principio secondo il quale l'acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre più in disuso". 

Il sapere non passava più attraverso un uomo, un maestro, un autore, con tutto il carico (il peso) delle sue esperienze. Le linee guida della futura istruzione (da quelle europee a quelle nazionali) erano già segnate senza appello quarant'anni fa all'insegna della leggerezza: "Nella sua forma di merce-informazione indispensabile alla potenza produttiva, il sapere è già e sarà sempre più una delle maggiori poste, se non la più importante della competizione mondiale per il potere". 



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