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TEST UNIVERSITARI/ Medicina, solo un “meccanismo infernale” che penalizza i giovani motivati?

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Un’altra riflessione riguarda il rapporto tra esame di stato e test di medicina. Mi chiedo se si possano davvero considerare un doppio esame. L’esame di stato, come giustamente si scrive nell’articolo in questione, misura la preparazione culturale di un candidato. Il test di medicina è stato creato per un motivo diverso: assicurare agli studenti che accedono al corso di laurea di poter essere tutti formati in modo appropriato, di poter accedere tutti a laboratori e svolgervi attività pratica, di poter seguire lezioni in gruppi ridotti e non dispersive o caotiche, di poter poi accedere tutti alle scuole di specializzazione. D’altra parte, pensare a una graduatoria per entrare a medicina sulla base dei risultati dell’esame di stato, sarebbe gravato dal rischio di disparità: i criteri di giudizio in quell’esame non sono uniformi da commissione a commissione e si rischierebbe di penalizzare studenti meritevoli. Qui ancora una volta si conferma l’oggettività del test universitario. 

Dalle motivazioni che hanno portato all’istituzione del test di medicina emergono aspetti di riflessione a un livello più profondo. Già ora, nonostante ci sia un numero limitato di accessi a medicina, quando inizia il tirocinio clinico nei reparti, tanti studenti si trovano abbandonati a se stessi e non certo per risentimenti da parte del medico anziano che è incaricato di fare loro da tutore, ma perché spesso un tutore si trova assegnati troppi studenti e non riesce a seguirli tutti e contemporaneamente occuparsi della sua attività di reparto. Se c’è una “fregatura” nel test di medicina, è per questi studenti in eccesso che perdono un’occasione di formazione, e non per chi non è entrato in facoltà. Immaginiamo cosa succederebbe se aumentasse il numero di studenti: la percentuale di chi non avrebbe la possibilità di imparare sul campo aumenterebbe drammaticamente. Si formerebbero tanti medici in teoria, che poi nella pratica saprebbero a mala pena visitare o comunque gestire un paziente. A chi avremmo fatto un buon servizio? 

Un ultimo pensiero. Nell’articolo, si scrive che i test di medicina selezionano solo futuri medici dotati di capacità culturale, ma escludono “tutti quei giovani motivati, intuitivi, dotati di un sapere pratico” che vivrebbero la loro professione “come disciplina che cura, che mette a tema i pazienti e non che conosce a menadito manuali e tecniche”. Ma cosa significa? Che chi accede a medicina e ha cultura non sa curare, ma vive la sua professione come spersonalizzata, che tratta organi e non persone? Eh no, non sono d’accordo. Per superare il test si studia tanto, si rinuncia a molto e la motivazione è forte. Sono passati diversi anni, ma ricordo ancora il discorso d’inizio del primo anno accademico da parte del Rettore di Facoltà. Diceva che chi decide di fare il medico deve avere un cuore grande. E questo prima ancora di iniziare a studiare.

I manuali e le tecniche, in medicina, è necessario conoscerli - consentitemi l’espressione - il più a menadito possibile, perché più sai cosa stai facendo, più ne conosci i rischi e le possibili complicanze, e più è al sicuro il paziente. E avere cultura aiuta ad avvicinarsi ai pazienti, capirli, non soltanto curarli ma sapere prendersene cura. Certo dispiace per i ragazzi che non riescono a superare il test e dispiace molto. Ma riflettiamo su questi aspetti prima di considerarlo solo un meccanismo infernale. Perché non iniziare a considerarlo non un attrezzo macina-destino ma un’opportunità, una delle mille strade che ci si offrono nel corso della vita? Perché ne seguiranno molte altre di strade che ci si chiudono nonostante i nostri sforzi, ma per ognuna di esse altre se ne apriranno e la vita prenderà pieghe sorprendenti.



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