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SCUOLA/ Se le leggi sono nemiche dei limoni

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Eugenio Montale (1896-1981) (Foto dal web)  Eugenio Montale (1896-1981) (Foto dal web)

No, io credo che bisogna proprio fare una rivoluzione, quella delle parole chiare e oneste di Umberto Saba, un poeta che dovrebbe piacerti, no? Come si può parlare di un ritorno all'umanesimo nelle indicazioni programmatiche della scuola secondaria e poi fare esattamente il contrario ogni volta che si assumono decisioni a tutti i livelli? Non chiedo niente di più: siate onesti e chiari, smettetela di dire che vi dispiace ma che il mondo va così. Ho sentito un tale, responsabile degli ultimi concorsi ordinari, che ha avuto il coraggio di dire che gli insegnanti bocciati sono stati molti perché non hanno capito che oggi per fare l'insegnante ci vuole ben altro che conoscere la propria materia, ci vuole competenza nel lavoro in team, competenza linguistica, competenza psicologica. Ma questo ci voleva anche quando insegnavo io! Ma loro, come me,  pensavano di fare gli insegnanti, di entrare a lavorare nel misterioso e affascinante mondo dell'educazione, non in un videogioco con tanto di punteggi e gare su vari livelli!  
Caro il mio ex studente e oggi insegnante, abbiate il coraggio di ribellarvi a questo massacro dell'intelligenza e della logica e fate davvero la rivoluzione. Per quanto mi riguarda, proverò a dire in breve cosa mi piacerebbe che succedesse parafrasando le parole di Montale e della sua splendida I limoni, dove credo si condensino l'idea che lui ha della poesia e, per me, anche l'idea della scuola e dell'insegnante che occorre ritrovare nella sua dimensione vera e completa, chiara e onesta.
Nei primi versi della poesia Montale dice che innanzitutto c'è un cammino da compiere per inoltrarsi nella realtà, che fare poesia è andare incontro, muoversi verso; con una particolare predilezione per le strade poco usate, per una pratica delle cose e dei nomi che sono apparentemente poco significativi. Montale, dice poi che, per comprendere la realtà, occorre ascoltarla in silenzio. Davanti alle sue parole nasce uno stupore, nasce il desiderio del poeta di essere accoglienza: lo stupore e il desiderio abbracciano tutto quello che viene, lo custodiscono e basta. E in questa accoglienza il cuore e il pensiero sono più pronti, più acuito il sentimento di una possibilità d'incontrare un senso, un destino buono per ciascuno di noi. E poi, pur dentro la disillusione, se mai sarà possibile ritrovare quell'epifania della felicità che inseguiamo, essa apparirà nello splendore dei limoni, quanto di più concreto è possibile incontrare, eppure capace di indicare altro da sé: il poeta non può che indicare agli altri questo segreto, non può che condividerlo offrendolo a sua volta dentro i nomi con cui l'ha chiamato. 



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