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LETTURE/ Democrazia ed educazione, la “riforma” della scuola pronta da 100 anni

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Il saggio di John Dewey arrivò tardi in Italia: non poteva essere diversamente stante l'autarchia culturale decretata dal fascismo, nemico di tutto ciò che proveniva dalla democrazie liberali. Soltanto nel secondo dopoguerra Democrazia ed educazione sbarcò nel nostro Paese al seguito delle truppe statunitensi. Alla liberazione politica si affiancò infatti la circolazione della pedagogia americana. Ne fu primo tramite il colonnello Carleton Washburne, un allievo di Dewey, già direttore delle scuole di Winnetka, una località nei pressi di Chicago ove aveva messo in pratica i principi della pedagogia progressista. 

La Firenze di Ernesto Codignola e Lamberto Borghi fu l'epicentro della diffusione dell'americanismo pedagogico e la casa editrice La Nuova Italia il canale attraverso cui iniziò a penetrare anche in Italia la cultura behaviorista americana. La prospettiva democratica deweyna, ricca di valori, incalzata da nuovi attori (Bruner, Skinner, Bloom), lasciò presto spazio ad analisi pedagogiche tutte volte a rendere più efficace e funzionale l'apprendimento. Nuovi scenari oltrepassarono Dewey e i suoi ideali liberal, curvandone il pragmatismo originario nel senso di un funzionalismo efficientistico. 

Il continuo crescendo dell'influenza della cultura psico-pedagogica anglosassone e statunitense in specie (migliorare l'apprendimento per corrispondere alle esigenze delle società tecnologicamente avanzate) fu contenuto fino gli anni 60-70 da robusti anticorpi post gentiliani coltivati sui due versanti del personalismo cattolico e del marxismo gramsciano. Pur irriducibilmente divisi sul piano della visione ultima dell'educazione e da letture antagoniste sul piano politico scolastico, personalisti e comunisti erano tuttavia uniti nell'avversare la riduzione della pedagogia a sociologia educativa e a metodologia didattica, rivendicandone anche la funzione etico-civile. 

In quegli stessi anni grandi maestri - intendo insegnanti elementari - proseguirono le esperienze di avanguardia intraprese agli inizi del secolo (Montessori, Lombardo Radice, sorelle Agazzi), vivificando la vita scolastica con una pedagogia capace di mobilitare contestualmente negli allievi le energie cognitive, le esperienze emotive, la dimensione sociale: maestri vicini a Freinet e alle sue tecniche come Bruno Ciari e Mario Lodi e maestri più sensibili alla cultura personalista come Alberto Manzi e Alfredo Giunti. Di questa tradizione restano ormai scarse tracce, quelle più visibili sono legate a uno di questi maestri, Loris Malaguzzi, promotore della esperienza di Reggio Children salita agli onori della cronaca pedagogica in seguito all'interesse suscitato in alcuni studiosi statunitensi e da essi veicolato ad ampio raggio. 



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COMMENTI
06/08/2016 - L’utilità dei test in discussione in USA, non qui (Vincenzo Pascuzzi)

INVALSI COME UN TRENO. Segnalo e sottolineo la frase: “basta pensare che fino a vent’anni or sono i test (sulla cui utilità, come è noto, è apertissima la discussione negli Stati Uniti) non facevano parte del bagaglio professionale degli insegnanti”. Qui in Italia invece l’Invalsi va come un treno, detta legge e pretende di determinare la didattica. ADEGUAMENTO DELLA DIDATTICA. Anna Maria Ajello ci spiega: “E allora c’è da chiedersi: perché alcuni docenti barano? La risposta che mi sto dando è che questo comportamento sia dovuto al mancato adeguamento della didattica da parte di questi docenti all’obiettivo di fornire agli studenti che le prove Invalsi vogliono verificare”. DIGITARE I RISULTATI. La stessa Ajello promette importanti novità: “Innovando: è in via di sperimentazione la somministrazione delle prove al computer che renderà più agevole lo svolgimento e libererà i docenti dal gravoso compito di digitare i risultati degli studenti”. IL SOLE 24 ORE. Le citazioni si trovano nell’articolo di Claudio Tucci su Il Sole 24 Ore dell’8 luglio scorso: «Innovazione sempre al primo posto. E renderemo più agevole il lavoro dei docenti»