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LETTURE/ Democrazia ed educazione, la “riforma” della scuola pronta da 100 anni

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Dalla centralità assegnata agli obiettivi di apprendimento fino all'egemonia delle competenze la cultura pedagogica italiana si è gradualmente ma irreversibilmente infeudata alle pratiche metodologiche d'Oltre Oceano. Per portare un solo esempio basta pensare che fino a vent'anni orsono i test (sulla cui utilità, come è noto, è apertissima la discussione negli Stati Uniti) non facevano parte del bagaglio professionale degli insegnanti. 

L'impressione è che si stiano perdendo i fili di una tradizione che sempre in passato ha guardato alla scuola prima di tutto come a un luogo affidato alla responsabilità di docenti esemplari e alla trasmissione ed elaborazione culturale e non solo come a un laboratorio di esercizi cognitivi. Lo dimostra l'andamento del dibattito politico scolastico nel quale il confronto su quelli che un tempo erano definiti gli "assi culturali" è pressoché nullo, sostituito dal moltiplicarsi degli interventi sull'efficacia scolastica in termini di organizzazione, managerialità, tecniche di apprendimento, pratiche valutative. 

Nonostante ricorrenti di segno contrario, la politica scolastica sembra sempre più lontana dal percepire la scuola come un luogo di formazione etico-civile (che è qualcosa di più sull'insegnamento dell'educazione civica) e questo è un dato davvero sorprendente se si pensa al bisogno di consapevolezza civile del nostro tempo e alla complessità dello "stare insieme". Quando la scuola si "tecnologizza" (o presume di farlo) si allontana fatalmente dalle questioni vitali di una società perché percepisce la politica soltanto come il luogo dell'opinabile e non come il luogo ove si costruisce la convivenza di domani.

La lettura a 100 anni di distanza di Democrazia ed educazione suggerisce che non ci può essere educazione senza una riflessione sugli ideali proposti ai giovani e senza adulti capaci di testimoniarli. Oggi queste semplici constatazioni sono giudicate poco politically correct e reputate retoriche e residuali. La ragionevole ricerca di efficacia e di efficienza finisce per smarrire questioni più essenziali. Se non si riuscirà a rimetterle in circolazione là dove si prendono le decisioni sarà gioco forza rassegnarsi al venire meno della funzione culturale (e in quanto tale educativa) della scuola e a cedere il timone formativo ad altri soggetti: la rete, i social, i concerti rock, il passeggio del sabato pomeriggio e la casualità degli incontri.  



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COMMENTI
06/08/2016 - L’utilità dei test in discussione in USA, non qui (Vincenzo Pascuzzi)

INVALSI COME UN TRENO. Segnalo e sottolineo la frase: “basta pensare che fino a vent’anni or sono i test (sulla cui utilità, come è noto, è apertissima la discussione negli Stati Uniti) non facevano parte del bagaglio professionale degli insegnanti”. Qui in Italia invece l’Invalsi va come un treno, detta legge e pretende di determinare la didattica. ADEGUAMENTO DELLA DIDATTICA. Anna Maria Ajello ci spiega: “E allora c’è da chiedersi: perché alcuni docenti barano? La risposta che mi sto dando è che questo comportamento sia dovuto al mancato adeguamento della didattica da parte di questi docenti all’obiettivo di fornire agli studenti che le prove Invalsi vogliono verificare”. DIGITARE I RISULTATI. La stessa Ajello promette importanti novità: “Innovando: è in via di sperimentazione la somministrazione delle prove al computer che renderà più agevole lo svolgimento e libererà i docenti dal gravoso compito di digitare i risultati degli studenti”. IL SOLE 24 ORE. Le citazioni si trovano nell’articolo di Claudio Tucci su Il Sole 24 Ore dell’8 luglio scorso: «Innovazione sempre al primo posto. E renderemo più agevole il lavoro dei docenti»