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SCUOLA/ "Il libro non serve a niente se non c'è una prof fantastica che te lo spiega"

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"L'uomo che piantava gli alberi" e lo sguardo vivo di un uomo — Non ho visto, entrando in classe, quel mondo di adolescenti annoiati e superficiali tanto deplorati e dipinti a foschi tratti dai media. O meglio: li ho visti, li ho incontrati; come li incontravo prima, nelle scuole paritarie in cui ho insegnato. Ho incontrato tanti problemi, le cui caratteristiche e dinamiche hanno sempre esondato i confini cui li si circoscrive perché per me hanno sempre preso la forma di un volto concreto che mi trovavo davanti. Inclusione, dispersione scolastica, bisogni educativi speciali, bullismo, videodipendenza… nella fantasia imprevedibile di questo scenario ho svolto il mio lavoro, trovandomi di fronte a situazioni che mi hanno spesso chiesto di cambiare e sempre di esserci. Semplicemente a volte di "stare".
Una giorno, un alunno portato dal dirigente per una rissa durante l'intervallo, mi ha chiamato a gran voce nel corridoio dell'aula in cui lo avevo appena riaccompagnato affidandolo al docente di quell'ora di lezione. Quando mi ha raggiunto gli ho chiesto cosa avesse, dato che era appena rientrato in classe; mi ha detto che aveva avuto la tentazione di dare un pugno ad un compagno, ma che invece di farlo era venuto a cercarmi. A quel punto gli ho offerto una cioccolata. Qualche tempo dopo ho incontrato nel corridoio lo stesso ragazzo. Gli ho chiesto come stesse, mi ha risposto "Male". "Perché?", gli ho domandato. Mi ha detto che stava cercando di comportarsi bene, ma che faceva "una fatica…!". Quanto ho imparato da quel ragazzo! Che cosa abbraccia le domande che i nostri alunni, con il loro linguaggio spesso non verbale e a volte irruente e provocatorio, ci pongono in continuazione?
Qualche anno fa, intenta a correggere degli elaborati dei miei studenti, ho assistito, nella sala professori di una delle scuole in cui insegnavo, a questo dialogo: al cambio dell'ora una giovane insegnante entra lamentandosi di una classe particolarmente turbolenta, sostenendo che i ragazzi non le permettevano di fare lezione e quindi di svolgere il suo lavoro. Un'altra giovane collega, alzando gli occhi dai compiti che anche lei stava correggendo, le ha risposto che il suo lavoro è insegnare a quelli lì, così come sono.
Si stenta ad accettarlo, ma ho l'impressione che in quelle parole ci sia il cuore della scuola.
In questi dieci anni di lavoro ho visto e incontrato ragazzi annoiati e stanchi, spesso disimpegnati e assenti, ma ho visto anche volti accendersi (un attimo davvero che vale l'eterno) di fronte a un testo di letteratura, ad una lezione di storia, a un corso di teatro o ad un progetto sulla Shoah che li ha coinvolti anche in orario extrascolastico.



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