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SCUOLA/ Le colpe gravi dei prof di lettere

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Eugenio Montale (1896-1981) (Foto dal web)  Eugenio Montale (1896-1981) (Foto dal web)

Quanti studenti, che hanno più o meno "toccato" I promessi sposi durante il loro percorso scolastico, hanno letto la conclusione del romanzo? Un sondaggio in questo senso sarebbe interessante e rivelatore. Ma anche senza sondaggio, prevedo una percentuale molto, molto bassa. La domanda non è oziosa. Chi, andando a vedere un film, si accontenterebbe di andarsene dieci minuti prima della scena finale? Nessuno, ovviamente, perché sapere come va a finire una storia è un bisogno del tutto umano.
Con il capolavoro di Manzoni, però, questa regola non vale: è come se tutti abbandonassero la sala cinematografica, quando va bene, almeno mezz'ora prima della parola fine. Qualcuno la abbandona dopo il primo quarto d'ora.
Cosa rivela questo dato? Che a chi insegna importa altro. Il romanzo diventa allora un pretesto per noiosi esercizi di riassunto, con relativa divisione in  macrosequenze e sequenze (e relativa classificazione tipologica). Oppure il testo viene analizzato riga per riga, sminuzzato, alla ricerca di figure retoriche da riconoscere e da identificare. Con questi presupposti è già tanto arrivare, a fine anno scolastico, all'ottavo capitolo. Col risultato che nessuno leggerà mai le righe finali, il famoso "sugo" della storia a cui Manzoni teneva tanto.
Andreste mai a vedere un film con qualcuno che ti ponesse questo tipo di condizioni? No, certamente. Ma gli studenti italiani questo tipo di martirio non lo possono evitare. Nozionismo e tecnicismo. Questi i grandi mali della scuola italiana. Mali che fanno più male se costantemente riversati su materie vive, quali la letteratura. Sono il cancro, il perverso habitus mentale che riduce un incontro autentico con una realtà viva (il testo) a quattro cosucce studiate e mandate a memoria. Nozionismo e tecnicismo sono in fondo una scorciatoia facile e non veramente impegnativa. E' come se, nell'incontrare qualcuno, ci si basasse solo su quanto altri ti hanno detto di lui, senza fare la santa fatica di osservarlo, di ascoltarlo, di porgere la dovuta attenzione, di penetrare, per quanto è possibile, nel suo cuore.
Ho visto aleggiare lo spettro del nozionismo, va da sé, stando in commissione d'esame. C'era una docente di latino che faceva a tutti i suoi studenti la stessa, benevola domanda: "Durante l'anno abbiamo letto il Satyricon di Petronio e l'Asino d'oro di Apuleio. Quale dei due hai preferito e perché?". Dopo avere ascoltato le risposte del terzo-quarto studente, mi si è spalancata davanti un'atroce realtà: una volta espressa la propria preferenza, quando si trattava di motivarla, tutte le risposte si assomigliavano! Come mai? Semplice: i ragazzi non esprimevano un giudizio a partire da un incontro vivo con quei testi, ma ripetevano nozioni (che ovviamente erano uguali per tutti). 



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COMMENTI
27/08/2016 - Capisco e condivido (gianluca zappa)

Confermo di aver fatto la stessa esperienza della collega. E di aver provato lo stesso sgomento. E' vero che sono gli studenti stessi asd adagiarsi in questo atteggiamento passivo, poco impegnato, in fondo opportunistico. Sono infettati dal virus...

 
27/08/2016 - E anche degli altri (Sergio Palazzi)

Lo stesso vale per la storia dell'arte, ma anche per la chimica, la fisica, la matematica, non parliamo di quella materia artificiale ed esistente solo nella scuola che sono le "scienze naturali" dei licei. Lo stesso capita anche per le discipline tecnologiche. Chiaro che non vale sempre e per tutto, ci mancherebbe. Ma lo schema di riferimento ortodosso della scuola è questo, che ci piaccia o no, per quanto ci sforziamo di essere "devianti" di fronte alla sua intrinseca mancanza di senso. Il problema è che questa concezione della scuola è quella che hanno, e spesso che vogliono, gli stessi studenti. Come in quella scena raccontata da D'Orta, dove la bambina ripeteva i Pastori di D'Annunzio, il maestro le chiedeva cosa significassero quelle belle parole e lei rispondeva boh, l'importante è che la sai. Come un liceale, uno di quelli bravi, a cui qualche giorno fa ho chiesto di spiegarmi il significato di un concetto scientifico che aveva espresso formalmente meglio di quanto avrei saputo fare io, ma che si fermava al solo enunciato, non ponendosi il problema che le parole che gli hanno detto di ripetere dovessero avere un senso. Perchè comunque il rapporto sforzo-risultato è molto vantaggioso, se le verifiche come al solito verificano quello, non quelle famose competenze. La scuola come antitesi della vita, della realtà, del piacere di imparare. Allegri, dai, che fra tre giorni si ricomincia...

 
27/08/2016 - Giusto, ma... (Giuliana Zanello)

Giusto monito, quello di Gianluca Zappa, mai abbastanza ribadito, salutare alle soglie di un nuovo anno. Mi permetto solo una osservazione: il legame causa-effetto istituito dall'autore tra risposte degli allievi e metodo di insegnamento mi sembra troppo stretto ed ottimistico. Non so se Zappa ha avuto modo di fare questa esperienza, ma a me è capitato molte volte di interrogare all'esame di Stato i miei stessi studenti e di domandarmi sgomenta che cosa fosse accaduto tra l'ultima campanella e il giorno del colloquio...