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SCUOLA/ Indagare la tecnologia per capire il mistero delle cose (e dell'uomo)

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Martin Heidegger (1889-1976) (Foto dal web)  Martin Heidegger (1889-1976) (Foto dal web)

E pure, il saper fare della tecnica, fin da Platone, si è scontrato con la questione della conoscenza della vera essenza delle cose e il loro possibile utilizzo, consapevole o meno, da parte dell'uomo.

L'uomo infatti a differenza degli altri viventi non solo fa, per istinto cieco, ma sa cosa fa e si chiede il fine del proprio fare.

In particolare, nell'ultimo secolo di storia, gli sviluppi sbalorditivi e pervasivi della tecnologia hanno imposto un ritorno ad una riflessione filosofica, tanto più che l'utensile, lo strumento creato con la tecnica, si è rivelato capace non solo di trasformare il mondo, ma anche, in una certa misura, di trasformare l'uomo stesso. 

Non dobbiamo pensare che la tecnica operi solo verso l'esterno ma, operando verso l'esterno, in qualche modo, restituisce o modifica l'immagine che l'uomo moderno ha di sé.  Lo stesso Heidegger riconosceva che la tecnologia svolge un ruolo nel plasmare lo stare nel mondo dell'uomo e incide così sull'immagine che l'uomo ha di se stesso.

Negli ultimi decenni, inoltre, è stato scoperto un nuovo metodo che si chiama Genome Editing, un metodo estremamente potente per modificare il nostro genoma. 

Come ha recentemente scritto Carlo Soave, di fronte a questa possibilità non possiamo non interrogarci rispetto alle conseguenze etiche, economiche e sociali di una tecnica del genere. Se usato su delle cellule embrionali o su cellule germinali, la modifica del genoma infatti non si manifesta solo in un individuo ma viene trasmessa alle generazioni successive incidendo sulle sorti dell'umanità stessa.

A partire da queste considerazioni si comprende meglio la nota riflessione filosofica di Martin Heidegger sulla tecnica. Egli non condanna le capacità produttive dell'uomo moderno in vista di un utopico ritorno ad una società rurale e pre-scientifica, bensì critica la moderna metafisica della soggettività, che, puntando tutto sul soggetto e sulle sue facoltà creative, dimentica il primato dell'essere e del mistero da cui tutto proviene. Il pensiero occidentale, secondo Heidegger, avrebbe da sempre dimenticato l'essere, riducendolo così — nelle diverse stagioni della metafisica — di volta in volta a "Idea", "Sostanza", "Attualità", "Cogito", "Spirito", "Pensiero". La nostra epoca sarebbe quella in cui l'essere si rivela come tecnica e in cui la natura viene concepita come un accumulo di energie da sfruttare e trasformare nel sistema produttivo industriale, come un mero oggetto in balia della volontà di potenza del soggetto.

Avendo scisso e contrapposto la volontà del soggetto dall'oggetto come risorsa da esaurire e parlando di tecnica come un mero "saper fare", si rischia di assegnare una certa neutralità agli strumenti tecnici, contrapponendola all'intenzionalità — e quindi alla responsabilità — dei fini per i quali si usano. 



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