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SCUOLA/ L'estate crudele di Francesca e del suo pittore

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Da quella prima riforma, coraggiosa e figlia di interessi diversi già allora in equilibrio precario, sono passati più di quarant'anni. E l'estate non è mai stata così crudele come oggi, per la scuola, gli insegnanti, gli alunni. Ci sono state molte riforme, tanti cambiamenti, ma la sensazione è ancora quella di uno stato delle cose che Eliot racconta nel suo poema. Il realismo è l'unico modo di essere visionari, sembra insegnarci ancora un grande poeta: ci sono insegnanti che hanno svolto un concorso e non sanno ancora i risultati; ci sono insegnanti che un concorso l'hanno vinto, hanno frequentato un Tfa e gli hanno chiuso la porta in faccia; ci sono dotazioni organiche aggiuntive che ancora non sanno se potranno fare il loro lavoro o dovranno invece rientrare a scuola, magari non la stessa, per costituire la task force della supplenza selvaggia; ci sono insegnanti che dopo avere partecipato a decine di corsi di aggiornamento e avere scritto curriculum vitae lunghi come romanzi reclamano, davanti a tali prove oggettive, il bonus promesso ai migliori (siamo poi sicuri che sia così che si misura la preparazione degli insegnanti?); ci sono presidi che tremano perché ancora invece non sanno come dare questo bonus o perché arriveranno ad essere giudicati anche loro, ma come? C'è in ballo la chiamata diretta da parte dei presidi e poi ancora mille cose che è forse inutile elencare. 

Ecco, il quadro è quello di un'agitazione convulsa, di macerie lasciate per strada, di un'incapacità di dare una direzione vera a tutti questi contraddittori segnali. Cosa racconta Eliot nella sua Terra Desolata? C'è bisogno di qualcuno che sappia guardare le macerie, che anzi non si metta a piangere sulle rovine, ma considerando quelle rovine come la materia che è a nostra disposizione, ne faccia materiale per costruire. C'è bisogno di qualcuno che sappia guardare, che riconosca le pietre scartate, che le possa far tornare a vivere: si può costruire una cattedrale con sassi sghembi  e pietre sbilenche, con sabbia e acqua, bisogna sapere cosa si vuole, a chi e per chi costruire, a cosa serve quella cattedrale. 

Qualche volta porto i miei alunni — quelli dell'ultima riforma già in ansia quando ancora era solo sulla carta e già corretta e già da riformare prima ancora di essere applicata — a visitare la grande basilica romanica di Agliate, insisto perché vedano attentamente le colonne: nessuna uguale all'altra, nessuna costruita con le stesse pietre, eppure in grado di reggere, di disegnare e indicare una strada. Ecco, come dice Eliot, ci vuole qualcuno che sia in grado di tornare a guardare anche le macerie e comprenderne il senso. Per fare questo c'è bisogno però di guardare negli occhi quei ragazzi che stanno seduti nei banchi, di ascoltare soprattutto le loro aspettative: anche se non sono, come me nell'estate del '69, sui campi dell'oratorio, in colonia e non si chiedono se Francesca tornerà nella nuvola azzurra della macchina del prof di disegno, la domanda di senso che li abita è la stessa di allora, di sempre. E se qualcuno può pensare che è troppo comodo chiuderla così, che ci vogliono scelte, decisioni, ben altro che lo sguardo, insomma, per fare una riforma, risponderei che in questo consiste proprio la politica: nella capacità di indirizzo, di direzione dello sguardo. E che non serve agitarsi per fare credere che le cose cambiano o disperarsi perché le cose non mutano o lo fanno troppo in fretta. Risponderei che qualche volta conviene ascoltare i poeti.

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