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SCUOLA/ Hannah Arendt, istruzioni per aprire gli occhi

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Hannah Arendt (1906-1975)  Hannah Arendt (1906-1975)

In un suo articolo apparso su queste pagine, Giorgio Chiosso ha sostenuto che la vera missione della scuola è permettere a coloro che la frequentano di "immaginare un mondo diverso da quello consegnato loro anziché pensarli come diligenti attori pronti a inserirsi dentro un copione già tutto scritto". Io credo, in effetti, che compito fondamentale della nostra scuola attuale, di qualsiasi ordine e grado, sia proprio aiutare un giovane ad aprire gli occhi sulla realtà, interrogandosi su di essa, così da poter pensare e immaginare il nuovo. Se questo è vero, la prima strada per insegnare quest'apertura di mente e cuore è la lingua. A scuola si parla, si legge e si scrive, e ogni disciplina richiede una lingua sua propria, un lessico specifico, che è così importante far acquisire per poter instaurare una relazione libera e intelligente con il mondo.

Ce ne offre un autorevole esempio, in negativo, Hannah Arendt nella sua famosa inchiesta La banalità del male (1963). In più passaggi la Arendt dimostra come all'origine della cieca obbedienza dei funzionari nazisti a ordini disumani vi fosse uno svuotamento della coscienza, operato per mezzo di una manomissione delle parole, e di una conseguente alterazione del loro significato.

 Il primo espediente era la sostituzione di termini duri con eufemismi: "(…) tutta la corrispondenza relativa alla questione [ebraica] doveva rispettare rigorosamente un determinato 'gergo', e se si eccettuano i rapporti degli Einsatgruppen [le unità mobili delle SS addette allo sterminio dei paesi dell'Europa orientale] è raro trovare documenti in cui figurino parole crude come 'sterminio', 'liquidazione', 'uccisione'. Invece di dire uccisione si dovevano usare termini come 'soluzione finale', 'evacuazione' (Aussiedlung) e 'trattamento speciale' (Sonderbehandlung); invece di dire deportazione bisognava usare parole come 'trasferimento' o 'lavoro in oriente' (Arbeitseinsatz im Osten) (…). Del resto, il termine stesso usato dai nazisti per dire 'gergo' (Sprachregelung, ossia 'regole di linguaggio') era in fondo un termine in codice; significava quello che nel linguaggio comune si chiamerebbe menzogna" (p. 93). 

Cancellati i termini che indicano il compimento del male, era modificata la percezione stessa che gli esecutori avevano del proprio operato: "Questo sistema aveva un effetto molto importante: i nazisti implicati nella 'soluzione finale' si rendevano ben conto di quello che facevano, ma la loro attività, ai loro occhi, non coincideva con l'idea tradizionale del 'delitto'" (p. 94).

Dal lessico si giunge poi alla sintassi: Himmler, il comandante delle forze di sicurezza del Terzo Reich, aveva coniato degli slogan roboanti "per risolvere i problemi di coscienza", come "il mio onore è la mia lealtà". E così, il singolo si abituava a pensarsi come membro di un magnifico divenire storico, per il cui successo era richiesta anche la sua devota collaborazione: "Ciò che più colpiva le menti di quegli uomini che si erano trasformati in assassini, era semplicemente l'idea di essere elementi di un processo grandioso, unico nella storia del mondo ('un compito grande, che si presenta una volta ogni duemila anni') e perciò gravoso." (…) 



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