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SCUOLA/ Prof di lettere, occorre il "tirocinio" della pazienza

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Una copia della "Commedia" di Dante appartenuta a Galileo Galilei (LaPresse)  Una copia della "Commedia" di Dante appartenuta a Galileo Galilei (LaPresse)

Davvero qualcuno può credere che — passando per la densità o la rarefazione delle loro preziose parole — l'incontro con Dante o Dostoevskij possa risolversi a una prima impressione? Certamente, con i libri come con le persone, l'innamoramento e la fascinazione passano per il lampo di uno sguardo, per il rintocco di una sillaba: ma poi una vita intera non è sufficiente per risolvere il mistero di un'attrazione, che, se reale, dovrebbe piuttosto obbligarci al protratto silenzio. Ed è qui che l'insegnamento della letteratura potrebbe giocare il suo ruolo attivo, sul piano, oltre che disciplinare, metodologico e morale: come scuola di quella docilità, di quella pazienza, di quell'obbedienza che, al di là della fretta e della superficialità in cui siamo immersi, sono necessarie, nella vita, per rendere ragione di un "tu" dal quale ci sentiamo afferrati. 

Scriveva Contini di Dante: non un tenace e ben conservato sopravvissuto, ma qualcuno arrivato prima di noi. Prima di giudicarlo, dunque, lo dobbiamo raggiungere, nella serena consapevolezza che il viaggio sarà lungo, perché il nostro punto di partenza, rispetto ad autori di questo calibro, è assai discosto. Se non vogliamo rinunciare a vedere, il nozionismo e il tecnicismo, che pure gravano e forse offendono le pagine dei manuali e delle antologie, anziché un ostacolo diventano la risorsa indispensabile, non per negare l'alterità dello straniero, ma per scoprire sotto la sua grandezza il fratello. Ai giovani della scuola di oggi, abituati a pensare di poter avere subito ogni risposta, talvolta refrattari all'applicazione prolungata e alla rilevazione dei propri limiti, convinti che il giudizio sia un diritto che non si nega mai a nessuno, la letteratura potrebbe offrire allora uno spazio alternativo e controcorrente: come tirocinio di quella pazienza che è indispensabile a diventare, oltre che buoni lettori, uomini buoni. La pazienza, infatti, è la condizione dell'ascolto e il grimaldello dell'autenticità: senza, si possono avere solo i surrogati. 



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