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Educazione

SCUOLA/ Perché la Fedeli non fa il punto sul Piano nazionale scuola digitale?

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Tutto questo, appunto, senza mai toccare un computer, ma giungendo ad una meta che, un po' trionfalmente, viene così annunciata: "Fai notare che avete quasi completato l'intero ciclo di lezioni di introduzione all'Informatica. È una grande conquista, dato che, durante queste lezioni, gli studenti hanno imparato di più di quanto la maggior parte degli adulti saprà mai di Informatica". Molto bello se fosse vero! 

Sorvoliamo sui difetti della traduzione e sulla mancanza di adattamento culturale (siamo sicuri di appassionare i preadolescenti italiani con una noiosissima descrizione di come si costruiscono gli "acchiappasole"?). Il problema è che le nozioni informatiche che vengono lì insegnate sono quasi tutte sbagliate. Lo studente imparerà per esempio che una funzione è "una parte di codice alla quale è associato un nome e che può essere chiamata più volte": non c'è informatico che possa ritenere corretta, o anche solo didatticamente opportuna, questa pseudodefinizione forse buona solo per gli acchiappasole (e che oltretutto ostacolerà anche l'apprendimento del significato matematico di funzione: i professori di matematica ringraziano!). In una lezione si suggerisce: "Puoi rivelare alla classe che hanno appena scoperto le funzioni!": qui le cose vanno anche peggio, perché il caso presentato è così particolare che s'identifica con ciò che in informatica è un ciclo. E così via.

Il secondo esempio è quello delle Olimpiadi di Problem Solving, presentate come "gare di informatica per promuovere la diffusione del Pensiero Computazionale tramite attività coinvolgenti che si applicano alle diverse discipline scolastiche". In effetti nelle prove presentate vi sono chiarissimamente (e, questa volta, correttamente) problemi di informatica. Bisogna anzi ammirare il coraggio che hanno avuto gli autori nel proporli nientemeno che nello pseudocodice (sostanzialmente un Algol 60 con sintassi leggermente modificata) usato dal Massachusetts Institute of Technology in un suo corso di introduzione alla programmazione, e descritto in un manualetto di una cinquantina di pagine. In questo modo (incomparabilmente meglio che nel pasticcio di CODE) viene suggerita l'idea che il fatto che esista un computer per eseguire un certo codice è dal punto di vista teorico quasi del tutto accidentale, tanto quanto lo è per la nozione delle quattro operazioni il fatto che esistano calcolatrici tascabili. Meno chiaro è invece il rapporto che esiste tra queste prove e le altre lì presentate: per la maggior parte riguardano la matematica e la logica e francamente hanno scarsi nessi con l'informatica (se non nella misura in cui, ovviamente, l'informatica ha vaste sovrapposizioni con l'una e l'altra). È un mistero poi che cosa c'entrino informatica e "pensiero computazionale" con la distinzione tra metafora, metonimia, ossimoro e iperbole, e in generale con domande di comprensione di testi discorsivi o interpretazione di schemi e tabelle: cose che albergano pure all'interno di queste prove. Aristotele, tutto fiero di aver scoperto la logica formale come una scienza interamente nuova, inorridirebbe della confusione con la retorica che viene qui indotta.