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SCUOLA/ Diventare insegnanti, i tre errori del nuovo sistema

Molti i punti migliorabili nella delega sugli insegnanti: dalla lunghezza del percorso alla valutazione e alla sovrapposizione di abilitazione e assunzione. GIUSEPPE SANTOLI

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La riforma della scuola sembra essere arrivata ad un punto di svolta. Cambiano le regole per diventare insegnanti: il Consiglio dei ministri ha approvato la delega che riforma il reclutamento e la formazione dei docenti della scuola italiana. Le nuove regole però non sono già operative. Affinché la riforma sia ufficiale, infatti, c'è bisogno del parere delle varie commissioni parlamentari e dell'approvazione definitiva del Cdm. Queste entreranno in vigore "a decorrere dall'anno scolastico 2020/2021". Per altri tre anni "si applica la disciplina transitoria", quindi per assegnare la metà dei posti vacanti e disponibili continueranno a essere utilizzate le Gae (graduatorie a esaurimento) e potrà "essere indetto un corso di Tirocinio Formativo Attivo per le classi di concorso e tipologie di posto per le quali sono esaurite le graduatorie a esaurimento provinciali". Risultato: la sovrapposizione di diverse procedure per il reclutamento, l'apertura di diversi spazi contrattuali e soprattutto il rinvio fra tre anni delle nuove norme.

Ma, cosa cambia? Con cadenza biennale è previsto un concorso per insegnanti che dovrebbe essere aperto a chi ha conseguito una laurea magistrale con 120 crediti, di cui un minimo di 24 in discipline antropo-psico-pedagogiche-metodologiche e di tecnologia didattica. I vincitori del concorso saranno assegnati a un'istituzione scolastica, o rete di scuole e avranno un contratto retribuito a tempo determinato di durata triennale di tirocinio. Il tirocinio triennale prevede, nel primo anno, un corso annuale istituito dalle università, anche in convenzione con le scuole, per completare la preparazione nella didattica disciplinare, al termine del quale si consegue un diploma di specializzazione. Nel secondo e terzo anno, i futuri docenti si cimenteranno con tirocini formativi nelle scuole e con le supplenze. Solo alla fine di questi passaggi, e a seguito di "positiva conclusione e valutazione", i candidati potranno firmare un contratto a tempo indeterminato e diventare definitivamente docenti di ruolo. 

Tuttavia, il nuovo sistema di reclutamento dei docenti disegnato dalla legge 107 non convince tutti, soprattutto perché rischia di creare figure ibride sottoposte a una valutazione ambigua e a retribuzioni diverse pur svolgendo, almeno nel terzo anno, attività di docenza sui posti che risulteranno provvisoriamente liberi. E alcune criticità sono evidenti. 

Sotto accusa il percorso, giudicato troppo lungo, la sovrapposizione dell'abilitazione e dell'assunzione, e la valutazione cui i futuri docenti saranno sottoposti alla fine dei 3 anni. 

Il percorso, così delineato, prevede, infatti, che un insegnante si formi in otto anni, ovvero 5 di università e 3 di tirocinio. Siccome in media la laurea in Italia si consegue in sette anni, questi diventano dieci; tanti rispetto ai 4-5 anni previsti ad esempio dal sistema tedesco per insegnare nella scuola secondaria inferiore. Sarebbe opportuno pensare a un sistema che non superi i sei anni, eventualmente prevedendo un tirocinio di un anno dopo la laurea magistrale.