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SCUOLA/ Le insufficienze agli adolescenti? Fanno bene come l'influenza ai bambini

Pubblicazione:lunedì 13 marzo 2017

LaPresse LaPresse

Ricordo orgogliosamente la mia prima interrogazione al liceo. L'insegnante di inglese chiamò alla cattedra me e il mio compagno di banco, e ci bombardò di domande sui paradigmi, che noi ignoravamo del tutto. Rimediammo una figura meschina, ma tornando a posto supponevamo di poter strappare almeno un 6. Lei rifilò 3 a me e 3 a lui, che in totale, in effetti, faceva 6. Non ricordo di aver subito traumi particolari, né venne minata l'autostima che l'ottimo conseguito in terza media avrebbe dovuto garantirmi. Sono altresì sicuro che lei non abbia mai meditato attorno a particolari risvolti della psicologia adolescenziale. Immediatamente però mi fu chiaro che il liceo era diverso dalle medie, che non bastava stare attenti in classe, che bisognava studiare di più; che, insomma, quel 3 valeva proprio 3. Semplicissimo. La stessa semplicità di quando giocammo a calcio contro la squadra più forte della nostra città, e noi, che sotto casa facevamo i fenomeni, ne prendemmo 7. D'un tratto vennero a galla i nostri limiti, e una voglia immediata di riscatto. I voti, come le sconfitte, segnavano una misura, indiscutibile quanto la temperatura di un termometro, e indicavano il vuoto da colmare, lo spazio che dovevamo attraversare se volevamo camminare. La vita iniziava a prendere il suo sapore di partite perse, di contraddizioni irrisolte e di tragedie greche. 

Come si sa, nel giro di qualche anno il mondo è cambiato. Dagli adulti adesso non arrivano più brutti voti. E per i ragazzi non c'è alcuna misura da colmare, alcuna strada da attraversare. Gli scrutini di un liceo somigliano alla tombolata parrocchiale: a nessun bambino si può negare un ambo o un terno, altrimenti ci rimane male e l'anno dopo le mamme lo portano in un'altra parrocchia dove invece tutti vincono una macchinina qualsiasi. Come ha osservato Massimo Recalcati, quando i ragazzi di oggi osservano gli adulti, è come se si guardassero allo specchio, non scorgono alcuna diversità: "se il compito di un genitore è quello di escludere dall'esperienza dei propri figli l'incontro con l'ostacolo, con l'inassimilabile, con l'ingiustizia, se la sua preoccupazione è relativa a come spianare il terreno da ogni sporgenza per evitare l'incontro col reale, l'adulto finirà per allevare un figlio-Narciso che resterà imprigionato in una versione solo speculare del mondo". Ogni voto sgradito, come ogni insuccesso, viene sentito come un'umiliazione: il mondo, infatti, deve assomigliarmi, e mi piace solo se mi assomiglia, non se mi contraddice. 

Ecco perché l'insegnante che stona nel coro dell'ignoranza buonista azzardandosi a mettere — non dico 1, 2 e 3, che sono cifre ormai assimilabili ai cilici medievali, e neanche 4, altrimenti si passa per sanguinari — un 5, o anche solo 7 a un alunno che ha la media del 9, dovrà rendere conto, oltre che ai genitori del ragazzo che ormai si sono trasformati in sindacalisti dei figli, soprattutto a colleghi, dirigenti e bidelli. Indubbiamente non è solo andata in frantumi la tradizionale alleanza scuola-famiglia, che le vedeva tutto sommato schierate compattamente dalla parte dell'istituzione a sollecitare la responsabilizzazione dei ragazzi: la scuola ormai è ben oltre le famiglie nell'accomodante gioco al ribasso. È come se lo sforzo di un bambino per arrivare alla maniglia fosse avvertito non come una naturale occasione di crescita, ma come un inutile rischio di depressione: perciò le maniglie andranno montate a mezzo metro da terra, perché se l'ometto non va alla montagna, è la montagna che va dall'ometto. Le recenti omelie sull'ignoranza ortografica degli alunni italiani fingono di non sapere che negare l'8 a liceali incapaci di mettere apostrofi, accenti e doppie implica, per un insegnante, convocazioni in presidenza, ludibrio pubblico durante gli scrutini, gogna mediatica sui gruppi WhatsApp delle mamme. 

La verità è che a troppi presidi interessa soprattutto non perdere iscritti (il loro modello educativo è il dottor Tomas di Vieni avanti cretino: "la sua soddisfazione è il nostro miglior premio"), che troppi insegnanti non vogliono rogne e se ne infischiano di sollecitare l'intelligenza degli alunni, che troppe mamme tengono più al voto che al bene del figlio, che troppi adulti sono adolescenti inside. Del resto, perfino con un paio di 4 si può essere ammessi agli Esami di Stato, tanto l'8 di condotta e di Scienze motorie compensa (troppo facile! in queste condizioni anche il ministro Fedeli potrebbe decidersi a fare per la prima volta la maturità!). Invece le insufficienze agli adolescenti fanno bene come le influenze ai bambini: ricordano che errare humanum est e creano anticorpi contro la savianite (se il professore si accorge che mio figlio è ignorante, potrebbe ammazzarsi: legalizziamo l'8 politico; se la finanza si accorge che mio figlio si droga, potrebbe ammazzarsi: legalizziamo le droghe leggere). 

In ogni caso io ho deciso. Visto che il principio di autorità è saltato, che salti fino in fondo. Se un mio alunno prende 5, la colpa è mia che non so motivarlo? Bene, da oggi quando un dirigente scolastico mi chiederà di alzare il voto, gli risponderò che non sono io a non volerlo alzare, ma è lui a non sapermi motivare ad alzare i voti; e se mi dirà che il pargoletto ci rimane male se non prende il voto che vuole, anch'io farò il labbruccio triste se non mi fanno mettere il voto che voglio. Che volete farci? Insegno in Puglia, la regione che l'anno scorso ha messo più 100 e lode che Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Trentino e Friuli messi insieme. I nostri magici registri elettronici, com'è noto, trasformano ogni rospo in principe: qui è Natale tutti giorni, e dal Gargano a lu Salentu, abbiamo lu sule lu mare lu centu. Pazienza se poi i nostri alunni iperlodati non passano i test d'ingresso universitari e bestemmiano contro quegli insegnanti che li hanno fatti sentire geni mentre li tenevano parcheggiati a motore spento. Continuiamo così, dobbiamo vincere anche quest'anno: coi voti alti a chi ci pare, andiamo a comandare!



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COMMENTI
14/03/2017 - “Tutto tranne le polemiche" e perché no?! (Vincenzo Pascuzzi)

Mi risponde V.C.: “Tutto tranne le polemiche tra insegnanti e presidi”, e perché no?! non vedo niente di male al confronto anche vivace ma sempre civile con chi la pensa diversamente. Peraltro le mie più che polemiche sono critiche motivate. E poi, il mio post precedente cercava di attenuare le responsabilità dei presidi ipotizzando ordini e direttive non scritte provenienti dall’alto. Ancora “ognuno deve decidere se assecondare”, qui vedo due aspetti: 1) a livello complessivo il “mondo della scuola” da subito si oppose e decise di contrastare la Buona Scuola, partecipò in massa allo sciopero del 5.5.2015 (pur dissuaso da alcuni ds: #iononsciopero), continua ancora a resistere e opporsi dopo che lo stesso Renzi ha dovuto ammettere errori, senza però correggerli; 2) a livello di singola scuola e degli scrutini, nonostante la consuetudine instaurata e le aspettative di famiglie e studenti, qualcosa si può pure fare e va fatto per non peggiorare ancora; a livelli superiori ai singoli presidi, possiamo continuare a denunciare e gridare lo smantellamento in atto (come hanno fatto i 600 accademici), ad analizzare le cause, a indicare e proporre possibili soluzioni (come i 600 non hanno fatto). La scuola può apparire come una grossa orchestra con direttore incapace e gli orchestrali, bravi e meno bravi, allo sbando.

 
14/03/2017 - Precisazione (vittorio perego)

I primi a cedere sono stati gli insegnanti, nel senso che ormai in sede di scrutinio i colleghi che hanno la forza di presentare valutazioni insufficienti sono una minoranza. E non per colpa dei dirigenti. A ciascuno le proprie responsabilità: il voto di promozione è collegiale e il dirigente vale uno. Per esempio, se è vero - come è vero - che gli studenti presentano (anche al liceo dove lavoro) livelli inadeguati di conoscenza della lingua italiana: perché praticamente non ci sono valutazioni negative in italiano a fine anno? Mi sembra troppo comodo scaricare la colpa sui dirigenti.

 
13/03/2017 - Curricolo essenziale e voti reali in pagella (Vincenzo Pascuzzi)

Valerio Capasa ripropone – con leggerezza e ironia – la questione dei voti gonfiati in sede di scrutinio e le promozioni agevolate, regalate, a saldo sotto la regia dei presidi. (Poco più di un anno fa, V.C. aveva scritto “Quelle pagelle inquinate da buonismo e ipocrisia” e gli avevo replicato ironicamente con “la preside ha ragione, caro Valerio Capasa!”) Condivido, anche stavolta, la denuncia, il ruolo svolto dai presidi, l’inerzia e la cecità del sistema scolastico: Miur e politici ignorano la realtà, si riferiscono a rappresentazioni nominali e alterate, a rassicuranti immagini di comodo. La nota di V.C. si affianca alla recente lettera aperta dei 600 docenti universitari “I giovani non sanno più scrivere”. Entrambi i documenti citati si limitano però a testimoniare due aspetti della situazione, il primo negato o nascosto, il secondo invece riconosciuto e strillato, ma che è conseguenza logica anche del primo. Nei due documenti mancano riferimenti: 1) alle cause, 2) a come affrontare e risolvere le questioni sollevate e 3) alla ben nota legge 107, impropriamente Buona Scuola, che pure avrebbe dovuto affrontare anche quanto ora viene segnalato (e non per la prima volta). SEGUE sul sito aetnascuola.it e nel gruppo Facebook "eran 600, eran giovani e forti".

 
13/03/2017 - Ma Capasa la vuole "una scuola più esigente"? (Giorgio Ragazzini)

È incomprensibile il modo in cui Capasa allude alla lettera-appello di centinaia di docenti universitari (a oggi 770) “contro il declino dell’italiano a scuola”. Scrive infatti che “le recenti omelie sull’ignoranza ortografica degli alunni italiani FINGONO DI NON SAPERE che negare l’8 a liceali incapaci di mettere apostrofi, accenti e doppie implica, per l’insegnante, convocazioni in presidenza, ludibrio pubblico durante gli scrutini, gogna mediatica sui gruppi WhatsApp delle mamme”. Gli concedo senza problemi “di non sapere” a sua volta che la lettera è stata promossa da un gruppo di lavoro che da undici anni non fa quasi altro che battersi in ogni modo contro le derive di cui parla il suo intervento. Ma il testo della lettera è chiarissimo. Vi si chiede “una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti” e l’indispensabile “introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico”; segno che oggi non è affatto così. Capasa, quindi, a meno che non consideri la situazione irredimibile e che il finale del suo articolo non sia un paradosso, dovrebbe apprezzare un tentativo di invertire la rotta come quello che la lettera propone.

RISPOSTA:

Non era mia intenzione polemizzare contro i firmatari dell'appello. Pensavo piuttosto all'eco mediatica di quell'appello (tutti a stracciarsi le vesti mentre, negli stessi giorni, sparavano o pretendevano voti assurdi) e al fatto che l'ignoranza ortografica è legata a tanti altri fattori, comprese le infinite attività extrascolastiche con cui gli insegnanti finiscono per ottenere proprio l'ignoranza anche ortografica. VC

 
13/03/2017 - i presidi yes-men o yes-Miur (Vincenzo Pascuzzi)

Commenta Vittorio Perego: “I primi a cedere sono stati gli insegnanti”. Il senso non è del tutto chiaro, più corretto e preciso sarebbe “I primi COSTRETTI a cedere sono stati gli insegnanti”. Ma in realtà gli insegnanti non sono stati nemmeno i primi, i veri primi sono stati i PRESIDI che si sono sottomessi a ordini e direttive verbali e non-verbali provenienti dall’alto (Miur e Usr) e lo hanno fatto docilmente (ubi maior …) forse per evitare ritorsioni o meritare ricompense.

RISPOSTA:

Tutto tranne le polemiche tra insegnanti e presidi: ci sono insegnanti bravi e presidi bravi, e ci sono sia presidi sia insegnanti che fanno i sindacalisti al quadrato, ossia i sindacalisti di quei genitori che fanno i sindacalisti dei figli. Questo è un tempo in cui ognuno deve decidere se assecondare, per quieto vivere, lo smantellamento della scuola oppure non cedere e iniziare a giudicarlo. VC

 
13/03/2017 - Perfetto (vittorio perego)

Analisi perfetta. I primi a cedere sono stati gli insegnanti. Le pessime riforme degli ultimi vent'anni hanno poi fatto il resto: mettere in minoranza ed emarginare i pochi docenti che credono in una scuola seria.