BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SCUOLA/ Millennials, qual è la "cura" per la generazione fragile?

Come mai i ragazzi nati nelle condizioni apparentemente più favorevoli sono in realtà così profondamente infelici? Piccola "guida" alla generazione fragile. LUISA RIBOLZI

Scuola, LaPresse Scuola, LaPresse

Nei giorni scorsi stavo preparando un intervento sulle trasformazioni più importanti della nostra società e sulle domande che questo pone alla scuola, quando un amico mi ha mandato la connessione ad un video sui millennials (più o meno i nati fra il 1980 e il 1995) registrato a Inside Quest da tale Simon Sinek. Inside Quest è un talk show che ospita persone che hanno avuto successo, per capire come hanno fatto, e Simon Sinek è definito da Wikipedia come motivational speaker. Due ottimi motivi, dal mio punto di vista, per cestinare rapidamente il tutto. Errore. La persona che mi aveva mandato il link è solitamente affidabile, per cui prima di premere "CANC" ho aperto il file, e non me ne sono pentita.  

Provo a riprendere i punti che mi hanno colpito di più. Il problema che Sinek si pone, o che il presentatore gli ha posto, è come mai i ragazzi nati in condizioni apparentemente le più favorevoli sono in realtà così profondamente infelici che tra di loro crescono enormemente fenomeni di fuga dalla realtà, attraverso il consumo di alcol o di droghe, attraverso la dipendenza dalla rete, fino ad arrivare al suicidio, che in Italia è la seconda causa di morte per i ragazzi che hanno meno di vent'anni (la prima sono gli incidenti stradali). Le cause sono riconducibili a quattro: la famiglia, la tecnologia, l'impazienza e l'ambiente. 

Per quanto riguarda la famiglia, naturalmente in riferimento alle famiglie cosiddette "normali", dopo un'infanzia in cui sono continuamente lodati e incoraggiati, e in cui la maggiore preoccupazione dei genitori è quella di "proteggerli", la maggior parte dei ragazzi, gettati nel mondo reale, si imbatte inevitabilmente in qualche esperienza di fallimento, e non riesce a reggerla. Sinek parla di una generazione fragile, con una bassa autostima e un forte senso di auto-colpevolizzazione: la realtà quotidiana ci mostra che ad essa alcuni ragazzi, paradossalmente forse i più deboli, quelli a cui manca un aggancio con un solido sistema di valori, non trasmesso né da famiglie spesso patologiche, né dalla scuola né tantomeno dagli amici, che anzi si configurano come "branco", reagiscono talvolta con una inconsulta violenza, che non trova spiegazioni o giustificazioni. Di fronte a queste reazioni — l'autoannullamento o la violenza gratuita fine a se stessa — la domanda che nasce spontanea è: ma dov'erano gli adulti? La generazione "senza padri né maestri", per richiamare il titolo di un bel libro di Ricolfi e Sciolla del 1980, quando i millennials erano ancora al di là da venire, ha forse bisogno del vituperato principio di autorità, negato da decenni di sfrenato individualismo e profondamente eroso dalla rete, dove "uno vale uno" indipendentemente da ogni merito o differenza?

Il problema di questi ragazzi è che non solo mancano di padri e di maestri, ma hanno l'impressione che nessuno sia veramente interessato a loro, si fidi di loro o sia degno di fiducia, e che sia vano darsi di fare, perché non hanno motivazioni valide all'azione. Passano sempre più tempo in rete, dove le relazioni sono virtuali, ma vissute come reali (cosa che per molti adulti è difficile da accettare), e quindi sono reali nelle loro conseguenze, come diceva la legge di Thomas coniata novant'anni fa da un sociologo statunitense. Se però ogni relazione passa da un oggetto — il telefonino o la bottiglia di liquore — nel momento di stress i ragazzi cercheranno supporto non nelle persone ma nelle cose, e resteranno inevitabilmente delusi. In più sono abituati ad avere una gratificazione immediata, e questo li condanna ad un'impazienza per cui vorrebbero subito arrivare in cima senza scalare la montagna. La maggior parte di noi vecchietti sa invece che la cima c'è, anche se non sempre si vede, e non sempre può essere raggiunta, ma è il fatto che esista che dà significato al percorso. 

La conclusione dell'intervista è che, al fondo, i giovani di oggi non sono e non saranno mai veramente felici, perché mancano loro le abilità addirittura per riconoscere la felicità. Mi pare che queste riflessioni pongano anche noi (come adulti, come educatori e ancora di più come cattolici) di fronte a responsabilità precise. Una valida rete di relazioni, improntate alla chiara definizione delle responsabilità, senso dell'attesa, sostegno attento e amorevole al difficile compito del diventare adulti in un mondo dotato di significato, sono tutte componenti di un processo educativo che si configura come introduzione al reale, e che dovremmo ripensare per comprendere come si articolano in una realtà così profondamente cambiata che brucia in pochi anni cambiamenti radicali, e non ci lascia il tempo di metabolizzarli. Colpevolizzare questa generazione incerta (ma bisognerebbe chiedersi se i nati negli anni Ottanta e quelli nati negli anni Novanta hanno avuto le medesime condizioni di socializzazione, e io credo di no) o cercare soluzioni solo strutturali, per non dire miracolistiche, alla "fuga dei cervelli" o al deprecato calo delle iscrizioni in università non è molto utile. Non sarà che anche in questo caso entra in gioco l'idea che ci sia un "altrove" che pone rimedio ad un "qui" da trovare, invece, nella storia di ciascuno? 

Migliorare l'offerta formativa di scuola e università è doveroso, abbattere le complicazioni burocratiche che ostacolano l'inserimento lavorativo è fondamentale, ma quel che è indispensabile è aiutare i ragazzi a vivere quelle relazioni profonde e significative che sole consentono di diventare veramente adulti e di realizzarsi pienamente, quali che siano le circostanze oggettive in cui vivono.

© Riproduzione Riservata.