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SCUOLA/ Il paese dove una riforma diventa sempre "manutenzione"

C'è uno spettro che puntualmente si aggira tra i palazzi della politica italiana: l'intervento di ogni governo che propone una riforma, che diviene puntualmente "altro". MARCO RICUCCI

Scuola (LaPresse) Scuola (LaPresse)

Caro direttore,
c'è uno spettro che puntualmente si aggira tra i palazzi della politica italiana, soprattutto se si deve decidere sulla riforma della scuola, ovvero l'intervento di ogni governo che propone una manutenzione dell'ordinario senza incidere profondamente. L'elezione di Macron in Francia sembra il contrario: nel suo discorso di insediamento all'Eliseo ha sottolineato il ruolo fondante dell'istruzione, in cui vuole lasciare il segno. La biografia del nuovo presiedente della Repubblica francese ci dice che lui ha studiato in un prestigioso liceo pubblico di Parigi, oltre ad aver sposato la (ex) sua docente di lettere: un amore nato tra il banco e la cattedra…

Ma  non tanto la vicenda privata di Macron, quanto il suo discorso e il suo programma elettorale sull'istruzione ci porta a interrogarci sul legame tra la formazione culturale delle élites italiane e il loro rapporto con il Paese, o con la Patria, per usare una parola che forse sembrerà obsoleta a qualcuno.

Sulla scia dell'articolo dal titolo "Le scuole italiane e il tabù della bocciatura" vorrei sottolineare, a tal proposito, le parole di Galli della Loggia sul pericolo di una scuola troppo buonista, inclusivista, e non selettiva per meritocrazia ovvero che non boccia: "Rischia cioè di divenire una scuola autoreferenziale, utile solo come parcheggio e per consentire ai politici di dormire sonni tranquilli, illudendo le classi povere che c'è un'istruzione al loro servizio. Che, grazie all'istruzione, c'è per i loro figli quell'avvenire migliore, che viceversa assai difficilmente ci sarà. Quanto alle classi abbienti invece, loro, ormai, hanno capito bene come stanno le cose, e da tempo sono corse ai ripari. O riuscendo in vari modi a sollecitare in questo o quell'istituto specie delle grandi città la formazione di classi di serie A dove concentrare i propri rampolli, ovvero mandandoli a studiare in una scuola straniera o direttamente all'estero".

Proprio sull'ultima affermazione vorrei portare l'attenzione del lettore, in quanto si ribadisce ciò che era stato già scritto in un altro editoriale sul Corriere della Sera (9 ottobre 2010): "Accade massicciamente anche questo, ma ormai accade che non li mandino più nelle scuole in cui comunque si parla italiano e dove s'impartiscono programmi italiani. Perlomeno nelle grandi città un numero sempre maggiore di persone agiate sceglie per i propri figli scuole francesi, tedesche, o perlopiù anglo-americane. (…) Ma tutto ciò non può impedire di vedere che dietro la diserzione dei giovani figli delle élites dalla scuola del proprio Paese c'è ben altro; e non certo il desiderio di imparare bene una lingua straniera. C'è in generale il progressivo, profondo, sentimento di dissociazione psicologica e spirituale degli italiani dalla dimensione della collettività nazionale".

Personalmente io temo proprio questa scollatura tra i figli delle élites e il Paese in cui essi sono, in qualche modo, classe privilegiata e dominante, se non per il fatto che l'ascensore sociale è sfortunatamente bloccato al pian terreno da anni.

La scuola e, in generale, l'istruzione è stato il trampolino di lancio per un miglioramento della condizione lavorativa di tante italiane e italiani nel corso degli ultimi cento anni e, in particolare, dopo il boom economico.

Nella cronache degli ultimi tempi, in cui c'è chi denuncia l'affarismo losco che ci sarebbe dietro al salvataggio degli emigranti sballottati su barche precarie tra le onde del Mediterraneo, qualcuno sottolinea che l'Italia si sta "terzomondializzando" (mi si scuserà il neologismo): se ne vanno i dottori di ricerca all'estero per far fortuna cioè i cervelli in fuga, eccellenze del nostro mondo accademico, come pure le aziende delocalizzano, e arrivano masse di donne, uomini e bambini in cerca dei livelli essenziali di una vita migliore.

Siamo dunque a un punto epocale dell'esplicarsi della storia umana e, in particolare, della storia nazionale dell'Italia, da secoli crocevia di popoli e idee.

In questo quadro, la scuola italiana deve fare sistema e avere chiaro, su mandato della politica, espressione della volontà popolare, la vision per i prossimi trent'anni, cioè essere veramente inclusiva di culture e idee diverse. Oltre alle materie canoniche, che hanno perso il loro peso nella formazione degli adolescenti di oggi, l'alternanza scuola-lavoro potrebbe essere veramente l'occasione per amalgamare culture di provenienza diversa con la cultura reale del Paese mediante l'esperienza al di fuori delle aule scolastiche: l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro, come recita la nostra Costituzione che ben due referendum proposti dal Parlamento con maggioranze diverse non hanno potuto cambiare, per volontà della maggioranza del popolo italiano.

La scuola italiana deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra le élites e le masse, per essere ancora baluardo della civiltà che la caratterizzata da secoli: se è vero che gli italiani danno il meglio di sé nei momenti di emergenza, è anche vero che l'equilibrio, anche inteso come funambolico equilibrismo, è la chiave per progettare, serenamente, una riforma seria e non pasticciata della scuola italiana: non è forse vero che la pace di Lodi nel 1454 ha garantito alla nostra Italia quarant'anni di stabilità permettendo lo sviluppo artistico e letterario del Rinascimento?

In un mondo alla ricerca continua di paradigmi interpretativi della complessità crescente, è questo secondo me il profondo insegnamento della traduzione di un passo latino o greco, cioè traghettare la complessità di un mondo antico e perduto, quasi straniero e diverso,  in un mondo attuale, perché attraverso il processo linguistico si annulli la dimensione temporale e si renda comprensibile ciò che prima appariva enigmatico.

Il greco antico e latino possono essere a modo loro inclusivi. Come sempre si tratta di trovare il modo di affrontare le sfide. Intanto, affrontare i problemi organizzativi della scuola italiana, con le sue contraddizioni e le sue potenzialità.

Forse il quarantenne Macron vuole cambiare direzione in Francia, con il suo partito liquido: in marcia verso un nuovo modello di economia, società, eccetera, attraverso la scuola. La scuola italiana, invece, mi pare il vascello appena varato da cui già tutti si buttano in mare nella speranza di venir salvati. Ma da chi?

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