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SCUOLA/ L'autoreferenzialità dei prof? Una cura (parziale) c'è, usiamola

Alcuni elementi presenti nell'esame di stato dovrebbero far riflettere: la necessità di un organismo centrale che presieda al contenuto delle prove e alla loro valutazione. PAOLO LAMAGNA

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Si sono da poco conclusi gli esami di maturità. Lasciando da parte le polemiche che sempre si accompagnano a questo momento della vita scolastica (è utile? È serio? È giusto che a dare una valutazione finale ci sia una commissione di cui fanno parte docenti che non conoscono i ragazzi? Le prove sono troppo semplici? Troppo complesse? …) vorrei sottolineare alcune opportunità, forse ovvie ma che a mio avviso vale la pena di sottolineare, di questo gesto. La prospettiva di cui vorrei parlare non è tanto quella degli studenti che si trovano ad affrontare per la seconda volta, dopo gli esami di terza media, una prova così impegnativa, ma quella dei docenti.

I docenti hanno innanzitutto un'occasione per superare quello che ritengo il più grande rischio legato alla professione: l'autoreferenzialità. La possibilità di un giudizio esterno attraverso la prova nazionale e la commissione mista sono, o dovrebbero essere, per i docenti un termine di confronto sul proprio operato e su quello della scuola di cui si fa parte.

A dire il vero, la prova nazionale oltre che un termine di paragone per i docenti è anche un'opportunità, forse l'unica, per il ministero di mostrare un esempio concreto dello "standard" a cui si dovrebbe giungere alla fine di un percorso quinquennale. Il ministero, fornendo le prove, si espone anche a critiche da parte di chi nella scuola è tutti i giorni. La distanza tra la richiesta e la preparazione reale è talvolta enorme, e non sempre perché gli alunni sono impreparati, ma talvolta perché la scelta è discutibile. Limitandomi al liceo classico, di cui ho esperienza diretta, posso sostenere che negli anni si sono avvicendati nella seconda prova, quella caratterizzante l'indirizzo, testi da tradurre fattibili, e testi impossibili, difficilmente affrontabili al termine di un percorso liceale, tanto che l'anno passato si sono scatenate polemiche accesissime proprio sulla prova di traduzione. Forse proprio a seguito di ciò la scelta di quest'anno è ricaduta su un ottimo testo che non solo era affrontabile ma anche significativo nel contenuto. 

Uscendo dal caso particolare occorre riconoscere che qualcuno che si sforzi di dare un esempio che garantisca uniformità nella preparazione e (ma qui tocco un nervo scoperto visto che su questo occorre ancora riflettere molto) obiettività nella valutazione mi pare necessario. E questo qualcuno non può che essere il ministero.

Anche la commissione mista è oggetto di molte polemiche. Lo spauracchio del membro esterno terrorizza a volte più i docenti che gli stessi studenti. Come sarà il commissario? Come interrogherà? Come sarà valutato il programma presentato? Se si trova un collega particolarmente severo che ha un atteggiamento sprezzante verso gli altri commissari e soprattutto verso gli studenti, come gestire la cosa? Eccetera.

Nonostante le possibili difficoltà sono convinto che la presenza di una commissione mista offra anche molti vantaggi: innanzitutto di fatto si spezza l'autoreferenzialità, in quanto tutti i docenti nel valutare mostrano ai colleghi le proprie competenze disciplinari, didattiche ed educative.  La commissione mista poi costringe i docenti a creare in breve tempo un team (o mostra impietosamente l'incapacità a realizzare una modalità di lavoro condivisa) ed è un'occasione per la scuola per riflettere sui propri punti di forza e di debolezza grazie ad un punto di vista diverso. Se si è fortunati tra i commissari si possono conoscere persone con cui poter stringere legami di stima e talvolta di amicizia non limitati alla breve ma intensa esperienza della maturità.

Concluderei con un'osservazione a mio avviso non scontata, sull'onda dell'esperienza appena vissuta. Durante gli esami i docenti possono più facilmente considerare il punto di vista degli studenti: vedere i ragazzi destreggiarsi tra leggi di fisica, logaritmi, quadri di Monet, passi di Seneca o di Orazio, testi di Platone o Euripide, discutere di Heidegger e Schopenhauer, guerra fredda e Nato, Blake ed Eliot, aiuta a mio avviso a mutare il punto di vista. Siamo spesso abituati a tenere conto delle esigenze delle nostre discipline, ma uno studente le deve affrontare tutte. È ovvio, ma vedere la mole delle conoscenze e competenze in atto non può non destare ammirazione e comunque fiducia nella nostra scuola.

Gli studenti, passate le inevitabili reazioni sui punteggi ricevuti, sulla competenza e l'"umanità" dei commissari, superato l'esame sono già proiettati verso il percorso universitario oltre che verso le meritate vacanze.

Ai docenti che hanno vissuto questa fatica l'augurio di aver fatto tesoro di questa esperienza.

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