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Educazione

UNIVERSITA'/ Ecco perché l'Italia sopravvive (bene) alla trappola delle classifiche

Le università italiane sono mediamente eccellenti ma non brillano nelle classifiche più prestigiose, come il THE. Faremmo bene a tenerci stretta la nostra "diversità". FRANCESCO MOSCONE

Università di Cambridge (laPresse)Università di Cambridge (laPresse)

Viviamo in un'epoca in cui ci si affanna a stilare classifiche in ogni campo della società per standardizzare, assegnare un posto ben preciso a persone e istituzioni. Il ranking è vanto e mezzo di comunicazione del nostro tempo, non lo si mette in discussione perché non è un'interpretazione, bensì un fatto scientifico, almeno così viene venduto ai non addetti ai lavori.  

Nelle scuole primarie e secondarie anglosassoni è diventato più importante capire come migliorare il punteggio nelle classifiche che comprendere virtù e debolezze di un alunno. Gli asini da una parte e i dotati dall'altra, e chi dovesse mostrare problemi nell'apprendimento o comportamentali se ne vada al diavolo, non si possono mica compromettere i playoff con Eaton! (la famosa e prestigiosa scuola del Regno Unito). All'università la competizione tra gli istituti per il ranking migliore è ancora più sfrenata e determina in gran parte l'orientamento dei college a cercare di riempire il più possibile le università al top dei loro pupilli. Si dice: "Negli Stati Uniti ci sono le università migliori, il Regno Unito è stato superato dal Giappone, e l'Italia dopo tutto fa la sua bella figura". Queste in fondo potrebbero essere bollate come chiacchiere, se non avessero come fonte il più qualificato punto di riferimento internazionale sull'eccellenza accademica, il Times Higher Education (THE). 

La classifica 2018 del THE vede in vetta Oxbridge (cosi sono conosciute le istituzioni gemelle Oxford e Cambridge), seguita dai "soliti sospetti" americani: Stanford, Mit, California Institute of Technology, Harvard, Princeton, Yale. Intanto la Cina avanza apprestandosi a diventare una super potenza anche in questo campo, mentre il Giappone per la prima volta strappa alla Gran Bretagna la seconda posizione come maggior numero di università. Tra le italiane in testa, fra le prime 200, troviamo la Scuola Superiore Sant'Anna, la Scuola Normale Superiore di Pisa e l'Università di Bologna. Fanno passi da giganti anche l'Università di Padova, che entra tra le prime 250, l'Università di Napoli Federico II che entra fra le prime 350 e l'Università Cattolica del Sacro Cuore e l'Università di Ferrara che entrano tra le prime 500.

Le società di ranking come il Times Higher Education ci informano di quali università sono classificate tra le mediocri o le eccellenti, assegnandovi, attraverso analisi statistiche, una posizione precisa nel mondo. Ma quanti sono a conoscenza di questi indicatori che selezionano i meritevoli? Per esempio, i ranking delle università danno peso al numero di citazioni dei lavori accademici che sono spesso legati alla pubblicazione in riviste scientifiche prestigiose. Pochi sanno che queste riviste sono spesso monopolio delle top università americane, peraltro restie a rendere accessibili i dati che hanno permesso il raggiungimento di tali risultati, impedendo di verificarne la validità. Non poche volte è successo che un articolo venisse pubblicato in una famosa rivista scientifica e citato in tutto il mondo, per poi scoprire che i ricercatori, probabilmente stressati dalla competizione da ranking, ne avessero manipolato i dati. 

Siamo veramente sicuri che la ricerca scientifica riesca ad esprimersi al meglio dentro il recinto delle classifiche? Nella logica del ranking a mio avviso si depotenzia la ricerca scientifica, si tiene a freno, si allaccia, quella che Abraham Flexner definiva "l'utilità della conoscenza inutile" in un famoso articolo del 1939. Il cosiddetto ozio produttivo che, indisturbato dai problemi di tutti i giorni e dalle implicazioni pratiche, permette di forgiare nuove idee e che è stato in passato la ruota motrice delle rivoluzione nucleare e digitale.

E ancora, nella logica anglosassone del ranking, che ne è della storicità delle generazioni e della storia di ogni Paese? L'Italia ha una tradizione umanista e artistica che non è seconda a nessuno e questo patrimonio, com'è stato detto spesso, potrebbe costruire modello di riferimento, oltre che fungere da motore anche della nostra economia. Infine, se vogliamo parlare dell'insegnamento in senso stretto, la nostra società — a differenza di quella  anglosassone — si fonda sulla cooperazione e mette al centro l'aspetto umano della persona. Si crede veramente di potersi sottrarre a una faticosa comprensione dell'esistenza degli alunni e docenti, con un approccio meramente quantitativo delle classifiche? 

Il mio non è un no alla misurazione dei fenomeni che ci circondano, è solo un invito a poterli integrare con elementi che caratterizzano le proprie tradizioni. Cercherei di investire su un modello universitario che trovi ispirazioni nelle tradizioni europee, e non esclusivamente in quelle anglosassoni.   

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