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Educazione

SCUOLA/ O genitori o educatori: così lo Stato dichiara guerra alla libertà

Può accadere che lo Stato non riconosca l'opera educativa svolta da privati e la contrasti in ogni modo. E' questo il ruolo del pubblico, contrastare il bene comune? WALTER IZZO

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Vado a trovare una famiglia di amici che da anni gestiscono una comunità di accoglienza in un piccolo centro del Varesotto. In una cascina riattata con mille sacrifici in base al ginepraio di norme in materia, i coniugi Mario e Rita ospitano due minorenni con alle spalle affidi falliti e tre giovani con vari livelli di ritardo mentale. Insomma, tutti casi particolarmente difficili, in cui i problemi alla nascita si sommano ai traumi di successivi abbandoni.

I cinque ragazzi accolti vivono coi quattro figli naturali della coppia.

La piccola cooperativa sociale ha appena avuto un'ispezione dell'Asl di Varese, che ha espresso perplessità sul modello di accoglienza attuato. La cosa mi stupisce perché i miei amici hanno sempre avuto apprezzamenti unanimi dalle assistenti sociali che seguono i ragazzi: scopro, però che l'ispezione non riguardava il livello di recupero raggiunto dai ragazzi ma il rispetto di alcune norme e regolamenti. Cosa mai sarà apparso fuori posto?

I miei amici mi mostrano la copia del verbale d'ispezione. Parla di "un problema complesso, dovuto alla sovrapposizione dei ruoli genitoriale ed educativo-assistenziale dei coniugi", e più avanti: "la commistione tra i compiti connessi alla vita familiare e l'azione educativa legata alla professione di educatori, rende difficoltosa la comprensione della corrispondenza tra standard previsti e standard erogati". 

In pratica, Mario e Rita hanno un problema: i loro quattro figli! 

Dal momento che figli e ragazzi accolti vivono insieme, giocano e studiano occupando spazi comuni, è difficile valutare se i metri quadrati indicati dalla legge per ogni ospite (standard previsti) corrispondono a quelli realmente messi a disposizione (standard erogati). Inoltre, pare che figli e ragazzi accolti, vivendo insieme, costringano Mario e Rita a dividersi fra il ruolo di genitori e la loro "professione di educatori".

Insomma, Mario e Rita trattano i ragazzi difficili come figli propri e sotto lo stesso tetto: il diligente funzionario segnala la "sovrapposizione dei ruoli", la "commistione dei compiti" e la "difficoltosa comprensione" degli spazi fruibili.

Resto senza parole, mentre Mario mi dice, rassegnato, che tutto si risolverà comunque, che questa storia si tradurrà ancora una volta in tempo e soldi buttati via: vorranno un supplemento di documentazione, magari una parete divisoria nel salone, per ricavare un'altra stanza o qualcosa del genere".

Rita aggiunge che in occasione di un'ispezione precedente il funzionario dell'Asl aveva assegnato le stanze più grandi ai ragazzi da accogliere; per i suoi figli non c'erano prescrizioni di legge e lei li aveva messi nelle stanze rimaste, piuttosto piccole, in letti a castello…

Torno a casa amareggiato. Ma non dovremmo rallegrarci tutti dell'esistenza di tipi così? Di ragazzi impossibili che recuperano? Non bastano i controlli sui risultati coi ragazzi accolti, tutti positivi secondo i servizi sociali? Lo Stato, indulgente con se stesso di fronte alle carenze di strutture e servizi pubblici, si mostra inflessibile con una casa d'accoglienza in base a norme cervellotiche.

Che fine ha fatto il principio di sussidiarietà, in base al quale i miei amici dovrebbero essere sostenuti in ciò che fanno? 

Pochi sanno realmente di cosa tratti questo principio, e molti confondono la sussidiarietà con l'esternalizzazione dei servizi: ai Comuni interessa spendere meno e fanno lavorare Mario e Rita che costano poco — le rette in Lombardia sono generalmente quelle di dieci anni fa —, col supporto di volontari. Così è la casa famiglia che "sostiene" e aiuta i Comuni a risparmiare e non viceversa, come vorrebbe il principio di sussidiarietà. Non solo: i Comuni pagano con mesi di ritardo e Mario e Rita a volte vanno in rosso sul conto della cooperativa, e si sobbarcano gli interessi passivi. Nel loro piccolo, finanziano i Comuni, mentre le istituzioni si preoccupano di controlli, procedure astratte e requisiti standard: a carico del contribuente e della cooperativa.

Ormai, tutto è "normato". Così succede che non si può aiutare una donna con figli rimasta vedova, perché l'aiuto è previsto dalla legge per le ragazze madri con bambini… Il bisogno di una vedova non è contemplato e quindi, semplicemente, non esiste. Di conseguenza non esisterebbero rette o sostegni per una cooperativa sociale che si occupasse di vedove e dei loro figli.

E quindi, cos'è — o cosa dovrebbe essere — la sussidiarietà? Se qualcuno sfogliasse uno dei vocabolari ancora in circolazione, troverebbe il termine "sussidiario" per indicare il "testo per la scuola elementare": nessun altro significato. E pensare che si tratta di un termine che ha radici di rilievo: deriva da "subsidium afferre", "portare aiuto". Pio XI ne aveva parlato nel 1931 nell'enciclica Quadragesimo Anno: in parole povere, sosteneva che è giusto che nascano aggregazioni di persone per rispondere ai bisogni di soggetti più deboli. E che è doveroso che le istituzioni le aiutino in quel che fanno, se constatano esiti positivi, senza sostituirsi ad esse o soffocarle con cavilli e burocrazia. 

Dopo quasi novant'anni dall'enciclica, il mondo del non profit vive una sussidiarietà capovolta.

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