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REFERENDUM ACQUA/ La sentenza della Corte e la "doppia ideologia" tutta italiana

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La sentenza della Corte Costituzionale sull’obbligo di gara per i servizi pubblici locali ha senz’altro un merito, quello di fare chiarezza su una commedia degli equivoci durata più di un anno. Il referendum del giugno 2011 era stato promosso con lo slogan “per l’acqua pubblica” e tutto il dibattito si era concentrato sul servizio idrico. Invece l’abrogazione dell’obbligo di gara per i Comuni riguardava anche la gestione dei rifiuti e dei trasporti pubblici locali, servizi di cui nessuno parlava. Due mesi dopo, con l’articolo 4 della cosiddetta Manovra di Ferragosto, il Governo prese apparentemente atto della vittoria dei sì per il settore dell’acqua, ma si nascose dietro un dito per quanto riguardava gli altri servizi, riproponendo per trasporti e rifiuti i contenuti essenziali del provvedimento che era stato abrogato, l’articolo 23-bis del decreto Ronchi. Infine, le misure del novembre 2011, nonostante il ricorso di alcune Regioni, rafforzarono l’obbligo di gara per l’affidamento del servizio o per la ricerca di un socio privato e l’obbligo di ulteriore privatizzazione delle municipalizzate quotate in Borsa.

In altre parole, l’intervento della Corte Costituzionale ha svelato qual è la malattia del settore dei servizi pubblici locali, da più di quindici anni impaludato tra tentativi di riforma, ricorsi, nuove leggi, resistenza passiva in attesa della probabile successiva controriforma, e così via. Da una parte c’è chi si oppone ad ogni cambiamento, anche facendo leva su mezze bugie. Sono coloro che hanno esultato per la decisione della Corte; questi sembrano proprio ignorare che in moltissime città la gestione pubblica dei servizi continua a significare qualità dei servizi bassa e costi ingiustificatamente alti, magari ribaltati sul bilancio pubblico. D’altra parte, c’è chi vede i servizi pubblici locali come un bastione di conflitti di interesse da espugnare e le privatizzazioni come la necessaria disciplina. Sono coloro che hanno “forzato” il risultato del referendum con una legge che replicava quella abrogata, apparentemente senza domandarsi quali fossero, in mezzo alle reazioni emotive, alle strumentalizzazioni ideologiche, alla difesa delle rendite, le ragioni della diffusa avversione dei cittadini e degli operatori del settore nei confronti delle privatizzazioni dei servizi di pubblica utilità. 

Se ora è caduto il velo delle ideologie, restano però interi i problemi del settore a cui si cercava di dare risposta anche con il principio della gara per l’affidamento del servizio. In particolare, è chiaro che vi è un rilevante fabbisogno di investimenti, ad esempio di nuovi termovalorizzatori per i rifiuti urbani, di migliori standard ambientali per i depuratori delle acque reflue,  di nuovi mezzi per il trasporto pubblico. Tuttavia non è chiaro chi potrà finanziare un piano di investimenti tanto imponente. Una certa ritrosia dei finanziatori si spiega con la difficoltà politica e sociale di alzare le tariffe e con l’incertezza del quadro legislativo e regolamentare cui, suo malgrado, anche la sentenza della Corte Costituzionale contribuisce. D’altra parte sarebbe irrealistico guardare agli Enti locali come ad una  possibile fonte di risorse, ad esempio attraverso il re-investimento degli utili. Anzi, per ironia della sorte, le privatizzazioni cacciate dalla porta potrebbero essere fatte rientrare dalla finestra dei Comuni che sono a caccia di denaro fresco con cui riequilibrare le proprie casse; va ricordato infatti che l’apertura ai privati, pur non essendo più obbligatoria, è comunque ammessa, anche nel servizio idrico. Ancora più velleitaria appare dunque la posizione di chi invocava la tutela della mano pubblica sul settore.



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