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PREZZO DEL PETROLIO/ Le “previsioni nere” sul futuro del greggio

L’attuale volatilità del prezzo del petrolio rende molto difficile ogni previsione sul suo futuro, in un mercato che si sta trasformando in modo significativo. Di AUGUSTO LODOLINI

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L’estrema volatilità che continua ad affliggere il prezzo del petrolio sembrerebbe causata più dal sentiment caratteristico dei mercati finanziari che da fatti oggettivi, dato che le variazioni nella produzione non avvengono da un giorno all’altro. Anche un dato che dovrebbe essere oggettivo, come l’entità delle scorte, è in realtà soggetto a continui cambiamenti nelle stime, perfino provenienti dalla stessa fonte.

Tra l’altro, gli indicatori utilizzati si riferiscono solo a due tipi di petrolio, il Brent del Mare del Nord e lo Wti americano, a fronte di una varietà di tipi di petrolio con relativi specifici prezzi: solo il paniere dell’Opec è composto da tredici varietà di petrolio. Inoltre, i prezzi reali di compravendita dipendono dalle politiche commerciali dei vari produttori e dalle relative politiche di sconto.

I prezzi sono comunque bassi, troppo per i bilanci di molti produttori, Stati e compagnie petrolifere, che auspicano una ripresa dei prezzi in un futuro non molto lontano, pur scontando che l’attuale volatilità continui nel breve periodo. I fattori che possono sul medio termine influenzare l’andamento dei prezzi del petrolio sono tuttavia molteplici.

In favore di una ripresa dei prezzi giocano la possibile ripresa generale dell’economia, con conseguente ripresa dei consumi di petrolio, e il passaggio da altri combustibili al petrolio per questioni ecologiche. È l’ ipotesi contenuta nel documento presentato da sei società petrolifere in vista della Conferenza di Parigi sul clima, dove si sottolineava la minore emissione di sostanze nocive soprattutto del gas naturale, ma anche del petrolio, nei confronti dell’inquinante carbone.

Benché auspicato da tutti, non è facile prevedere se e quando ripartirà l’economia mondiale e il vantaggio ecologico potrebbe favorire il petrolio solo in una fase di transizione, sia per la concorrenza “interna” del gas naturale, sia per il progressivo affermarsi delle fonti rinnovabili. Il petrolio deve fronteggiare anche il progresso tecnologico che, se da un lato concorre a diminuire i costi di esplorazione ed estrazione, dall’altro tende a ridurre il consumo di petrolio con un più alto livello di efficienza energetica del suo utilizzo. Sempre dalla tecnologia viene un altro pericolo: l’automobile elettrica, la cui espansione porterebbe a ulteriori riduzioni nei consumi.

Accanto a questi esterni, vi sono fattori interni al mercato stesso del petrolio, come la più volte discussa riduzione della produzione, che prevede però un difficile accordo tra i produttori e dovrebbe essere di consistenti dimensioni per permettere un rialzo sensibile nei prezzi. Peraltro, se si continuasse con un livello così basso di prezzo, comincerebbe l’uscita dal mercato dei produttori più deboli, finanziariamente o per costi di produzione, con riduzione dell’offerta. Un prezzo remunerativo deve tener conto non solo del puro costo di esplorazione e di estrazione, ma anche dei costi finanziari connessi a investimenti pesanti e di lungo termine. In fondo, questo è l’obiettivo della guerra dei prezzi e il possibile fallimento non riguarda solo gli operatori sul mercato, ma tocca tutti quei bilanci statali che abbisognerebbero di prezzi attorno ai 100 dollari al barile. Non a caso, la guerra è condotta dall’Arabia Saudita, che ha costi di estrazione molto bassi e una consistente capacità finanziaria, a differenza di molti suoi concorrenti.