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HARVARD/ Nella culla dei Democrats il sogno americano diventa un'elite illuminista

Pubblicazione:martedì 14 ottobre 2008

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In Massachusetts non c’è scelta. Si vota democrats. A girare per Boston in questo periodo, non c’è casa o paraurti che non lo ricordi. Perché questa è la città dei Kennedy; perché questo è uno stato liberal (l’unico, insieme alla California, dove il matrimonio è tra “party A” e “party B”); perché questo è il cuore dell’intelligenzia americana - dove nel giro di un miglio quadrato si raccoglie l’eccellenza mondiale della medicina (Mass General Hospital), della tecnologia (MIT) e della cultura (Harvard).
Si vota democrats perché si sta con il popolo: almeno, fino a Reagan, questo era l’immaginario tradizionale del partito. Si vota democrats perché si sta dalla parte della ragione: e questo è quanto un elitarismo radical chic vuol far credere, non più solo come moda intellettuale,bensì come segno distintivo di un’appartenenza di casta.

 

Non è un caso certo che il candidato democratico delle elezioni del 2004, John Kerry, venisse proprio dal Massachusetts, e non lo è neppure il fatto che Obama abbia studiato proprio a Harvard. In questa lunghissima campagna elettorale, spesso si sono sollevati dubbi in merito al passato oscuro del senatore Obama – e molti giornali hanno dedicato pagine e pagine a rintracciare elementi che colmassero il gap sulla biografia di questo homo novus -  ma è proprio a Harvard che la personalità politica, culturale e intellettuale del candidato democratico affonda delle radici molto profonde.

 

Non è certo il caso di ribadire in questa sede lo strettissimo legame che in America lega questa università al potere politico (come si può intuire scorrendo la lista degli alumni di Harvard divenuti presidenti, da John Quincy Adams, a Teddy Roosevelt, da Franklin Delano Roosevelt a Kennedy, fino allo stesso George W. Bush), ma, a partire dal mio punto di vista di insider, può essere molto proficuo in questo caso proporre alcune linee-guida della “Harvard doctrine” (modello per le altre università del paese e del mondo), al fine di ricostruire un background politico e culturale del partito democratico di oggi. Tre sono, a mio avviso, i punti-cardine dell’American Dream harvardiano di cui la proposta politica dei Democrats si fa riflesso.

 

Innanzitutto –strano a dirsi per un’università che seleziona con molta cautela gli accessi- l’egualitarismo. Harvard si rappresenta come il luogo delle uguali opportunità per tutti: dove a ognuno è data la propria chance per entrare nel mondo che conta (quel diritto ad una non specificata good education che Obama non smette di menzionare), e dove a ognuno è data una voce in capitolo; eppure dove quello che davvero conta non solo è non offendere nessuno in nome del principio di tolleranza (un politically correct che è all’antitesi della ricerca!), ma soprattutto il conformarsi alla logica di un razionalismo tanto intransigente, quanto spesso intollerante (come suggerisce l’ostinata chiusura dell’ateneo a curricula di studi religiosi per undergraduates). Un simile principio egualitario “tollerante” non solo pone le basi per una elite delle minoranze ma anche svolge la funzione di livellare ogni differenza alla forza uniformante della ratio laica (funzionale al processo di americanizzazione culturale dei numerosissimi studenti stranieri).

 

Il secondo cardine della dottrina harvardiana è il principio dell’independent thinking (come Biden curiosamente non smette di rivendicare come proprio marchio di fabbrica). Essere liberi, in accordo a ciò, vuol dire perciò essere “sciolti” da ogni pregiudizio e da ogni legame: il “poter parlare di tutto” e il non appartenere a nulla. Naturalmente non rinnegando la stereotipa compagnoneria laica che identifica nel sesso (con le infinite sue varianti di genders) l’unico elemento di liberazione e democratizzazione della società, e nel cristianesimo (si badi bene, non l’ebraismo, comodo a tutti, o l’islamismo, pericoloso per  tutti) il vincolo da cui liberarsi: non è certo un caso che il “cattolico” Biden si sia presto smarcato dall’insegnamento della Chiesa su un tema così rilevante qui come l’aborto o che, dopo vent’anni di militanza nella Trinity United Church di Chicago, Obama abbia deciso di prendere le distanze dal suo controverso pastore Jeremiah Wright proprio in coincidenza della sua candidatura ufficiale alla presidenza degli Stati Uniti.

 

Da ultimo, ed è il terzo cardine: la ricerca, propugnata –come Obama non cessa di ricordare in campo medico e energetico- come il vero antidoto ai problemi del paese. Una ricerca, in campo culturale e scientifico, in cui non importa tanto il fine (giacché “in nome della ricerca”, si può sperimentare o decostruire tutto) quanto appunto il cercare in sé. La rivendicazione della sua natura disinteressata e senza limiti -associata ora ad un controllo molto rigoroso da parte dell’accademia, ora ad una visione molto interventista dello stato da parte di Obama- cade nel paradosso del porre ogni conoscenza alla mercé della politica o del mercato.  

 

In definitiva, il sogno americano di Obama non è in realtà che quello elitario della modernità illuminista e progressista trasformato (spesso con una finta ispirazione religiosa) in utopia per le masse: che sia davvero possibile realizzare questo tipo di società senza conflitti (fatta di energia, buona education e copertura sanitaria a basso costo per tutti), sembra in tutta franchezza difficilmente proponibile in questi tempi di crisi. Ma – e paradossalmente c’è chi lo propone sul web - se Obama fosse veramente il Messia?

 

(Luca Cottini - Massachusets)



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