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Esteri

HAITI/ Ricostruire dopo l'uragano: l'esperienza di Fiammetta

L'isola caraibica è stata flagellata da un ennesimo uragano che l'ha lasciata semidistrutta. In molti punti i paesi sono isolati e per quanto riguarda l'acqua e il cibo l'emergenza è totale. Numerosissimi gli sfollati e le città sono preda delle bande armate. In questo contesto operano le organizzazioni internazionali. FIAMMETTA CAPPELLINI è la responsabile di Avsi e ci spiega qual'è la posta in gioco dell'emergenza.

haiti_R375_20set08.jpg(Foto)

Gli uragani non sono un fenomeno nuovo per l’america centrale, tanto che spesso ci si abitua a notizie, magari anche tragiche, ma che in fondo - si pensa – saranno comunque superate, metabolizzate, e che quanto è distrutto sarà presto o tardi ricostruito. L’isola di Haiti lo scorso 10 settembre si è risvegliata sotto i colpi dell’ultimo, devastante uragano, il terzo solo quest’anno, che ha flagellato edifici, strade e ponti con una furia incredibile. Oggi le scuole sono ancora chiuse, e l’acqua potabile è merce preziosa e per pochi. Fiammetta Cappellini, classe 1973, ha due lauree: lettere e pedagogia, ed è rappresentante di AVSI ad Haiti, dove vive dal 2006 e dove ha incontrato suo marito ha partorito un figlio lo scorso febbraio. La ricostruzione oggi, passa anche da lei e dall’impegno di Avsi che ha aperto una sottoscrizione per aiutare la popolazione. Ilsussidiario.net ha raggiunto tra molte difficoltà Fiammetta per farsi raccontare la situazione a quasi un mese dall’uragano.

Fiammetta, quali sono i problemi più gravi che tormentano l'isola?

In primo luogo abbiamo avuto ben tre cicloni di fila, fra i quali il famoso Gustav. Da agosto a settembre queste calamità hanno toccato settori diversi dell'isola. Non c'è, in poche parole, nessuna zona che non sia stata colpita dai disastri. Si parla di fiumi straripati, smottamenti e quasi di mille vittime metà delle quali accertate e metà disperse.
Tantissime famiglie sono state distrutte e molte si sono rifugiate in abitazioni provvisorie. Le cifre parlano di 80.000 persone sfollate. Attualmente ancora 30.000 individui vivono in un rifugio provvisorio.
Gonaïves, nel nord, è la città più distrutta. Sono saltati i collegamenti e i trasporti dappertutto.
Soltanto in nave o in aereo è possibile raggiungere altre regioni di Haiti. Nell’estremo nord si arriva addirittura soltanto in elicottero.
Molte sono poi le difficoltà di approvvigionamento. Basti pensare alla miriade di paesi e paesini di montagna la cui strada di collegamento è stata letteralmente spazzata via. In alcuni posti si può andare solamente a piedi. Molte comunità nessuno è in grado di aiutarle.
Si pensi che Gonaïves è stata sommersa per 2 settimane intere e ancora oggi è tutto da ricostruire.
I bambini non hanno scuole perché queste ultime sono state adibite a rifugi e hanno bisogno di restauri totali. Dopo un mese passato a ospitare migliaia di persone si può facilmente immaginare come si sia ridotta una scuola.

In questo clima si respirano anche situazioni di tensione politica o di violenza?

C'è una forte violenza urbana, nei quartieri delle grandi città c'è soprattutto la circolazione di  tantissime armi. Le bande armate qui sono davvero numerose. Ben tre quartieri della capitale  rappresentano storicamente i bastioni di altrettante terribili bande armate.
Quasi tutte hanno una matrice politica, ma serve solo come pleonastica copertura dal momento che la loro attività principale consiste nello smercio di droga in tutti i quartieri.  
Gli haitiani hanno da sempre avuto problemi di sicurezza. Numerosi sono poi i sequestri-lampo a scopo di estorsione.
A questo si aggiungono le sommosse popolari. Nel gennaio di quest'anno c'è stato un fortissimo rincaro dei generi alimentari che ha fatto riesplodere molte tensioni sociali soprattutto nel mese di aprile in parecchie città del paese. Sono sommosse di gente che ha fame. Tutto è talmente aumentato che non si riesce più a fare scorte. Figuriamoci poi con l'arrivo dei cicloni come sia peggiorata la situazione.

Dal punto di vista degli aiuti internazionali come ci si sta muovendo?

Giungono diversi aiuti da più parti. I dati ufficiali parlano di numerosi milioni di dollari, la maggior parte gestiti dal sistema di cluster delle agenzie delle Nazioni Unite.
Si occupano in primo luogo di infrastrutture e della gestione dei rifugi provvisori. Poi vi è un'altra serie di interventi privati, ma che è difficile poter quantificare.
Paradossalmente, l'aiuto è tanto, ma, al tempo stesso, insufficiente.

Avsi in particolare come si sta muovendo?

Noi operiamo nella zona sud, che è stata letteralmente devastata dai cicloni.
Sia lì che nella capitale, nei due quartieri più difficili, abbiamo preso in carico il monitoraggio della situazione dei bambini. Forniamo azioni di  sostegno per il rientro a scuola. Cerchiamo di pagare spese scolastiche e effettuiamo un monitoraggio anche sulla malnutrizione nell'infanzia locale.  L'altra attività riguarda l'approccio alle agenzie di cluster. Siamo coinvolti in un intervento di  appoggio psicosociale nei confronti dei bambini colpiti dal disastro. Questa attività la svolgiamo nei dipartimenti dell'ovest e in quello della capitale. Siamo stati riconosciuti dall'Unicef come ente non profit capofila in questo settore di intervento.  Abbiamo presentato poi dei progetti, che sono ormai quasi approvati dall'Unicef, in favore dei bambini che vivono in città abbandonate.

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