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INGHILTERRA/ La sharia e la corte di Sua Maestà

L’introduzione in Gran Bretagna della possibilità di applicare la sharia islamica all’interno di una prassi arbitrale e quando non contraria ai principi giuridici e leggi inglesi, sta suscitando un vivace dibattito. Dopo l’intervento “possibilista” del professor Vittorio Emanuele Parsi, ecco una voce contraria, quella del medico e scrittrice GLORIA CAPUANO, che sottolinea tutte le controindicazioni che si possono rilevare dal punto di vista femminile

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Caro Direttore,

respingo la liceità di fare ricorso alla giustizia islamica in un paese democratico sia pure limitatamente agli ambiti propri dell’arbitrato. La radicale disparità di condizioni sostanziali tra le parti all’interno di una corte islamica avrebbe dovuto impedire l’introduzione della Sharia, ed evitare qualsiasi richiamo alla Common Law, in questo caso del tutto fuori luogo. Come si sia potuto trascurare che la Sharia prevede la poligamia, il ripudio, l’affidamento dei figli, la facoltà di punire le mogli perfino picchiandole, come diritti maschili, ivi compresa una privilegiata valutazione dei diritti ereditari, è per me un mistero.

Ma la più scandalosa omissione è l’aver omesso di vagliare il requisito fondamentale dell’arbitrato che contempla la libera e concorde volontà delle parti di fare ricorso a un giudizio islamico; scelta incomprensibile se fatta dalla donna, consapevole d’essere garantita nei suoi diritti umani e civili solo dalle leggi inglesi. Scelta masochistica che induce a un ragionevole sospetto di un vizio basilare a spiegazione del consenso femminile.

Eppure è notorio che una musulmana non può rischiare l’accusa d’insubordinazione al marito che troppo le costerebbe, o peggio ancora, di ribellione nei confronti della Sharia. Non è sufficiente richiamarsi al “dovuto rispetto di tutte le garanzie cosiddette costituzionali previste dalla legge inglese” se non si dà risalto, come condizione prioritaria per un giudizio islamico, all’accertamento di una “libera formazione della volontà delle parti e della sostanziale eguaglianza di genere”. Come posso credere che gli uomini di Legge inglesi non conoscano lo stato di fatto della condizione femminile nell’Islam? Che cosa devo pensare della concessione dell’arbitrato alla legge islamica solo perché tecnicamente in regola con le condizioni che regolano gli ambiti dello stesso arbitrato? Come non sospettare l’uso strumentale di un formalismo giuridico che è fatto prevalere su una Giustizia che si definisce eguale per tutti? Come posso credere che s’ignori l’impossibilità concreta se non anche psichica e mentale di una libera scelta di una donna musulmana osservante? Come in coscienza rifarsi a garanzie costituzionali che tengono in assoluto non cale per deliberata disattenzione, la negata autonomia della donna musulmana? (Per fortuna con molte ammirevoli eccezioni, ma qui sono costretta a basarmi più su i luoghi comuni. Che però fanno costume il quale, qualche volta anche in Occidente, può battere in crudeltà anche la più retriva delle leggi).

Eloquente la reiterata motivazione delle fogge femminili tese ad occultare fattezze fisiche, capigliature o anche il volto. Dipenderebbero dal grande rispetto dei Musulmani verso le donne ch’essi considerano delicati e preziosi gioielli da preservare con cura, da proteggere da ogni rischio e da celare a vogliosi sguardi maschili, rimanendo visibili, e disponibili sessualmente, soltanto dal e per il “suo o loro”uomo.

Che cosa rispondere a queste parole pronunciate perfino con orgoglio ed esplicita lusingata espressione? Come spiegare loro che anche un prezioso gioiello non è che un oggetto e che appunto come oggetti di cui si rivendica la proprietà, sono trattate? Non è apparso un parere forte e autorevole su l’incompatibilità con i diritti umani dell’arbitrato secondo la Sharia, necessario se non vogliamo rivedere la portata dei “diritti umani”.

L’aver concesso l’istituto dell’arbitrato alla Sharia è fatto gravissimo perché sostanzialmente rafforza “i privilegi” della supremazia maschile e conferma la presunta inferiorità femminile, causa della privazione di tanti sacrosanti diritti; il tutto notoriamente codificato nell’Islam. Tanto più non è da condividere l’opinione che la decisione inglese potrebbe costituire una “sperimentazione da seguire con molta attenzione” ( incredibile, e non ci si chiede a spese di chi). Termino con un suggerimento: proviamo a lasciare all’uomo la facoltà di scelta di un giudice musulmano, e a imporre alla donna l’obbligo del giudice inglese con un decreto a tutela della parità di genere. Il dibattimento si svolgerebbe tra i due diversi giudici secondo amichevoli intenti evolutivi. Chissà che non potesse funzionare da acceleratore verso un Diritto unificato, cui tutti dovrebbero attenersi.

Utopia certo, ma è proprio coltivando l’utopia che è possibile sperare.

 

(Gloria Capuano)

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