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Esteri

ILLINOIS/ Il sistema dei due partiti: quando la scelta è obbligata

CHICAGO - JAMES A. KOVACS - Molti Americani, pur frustrati da ciò che i due maggiori partiti offrono come alternativa, si sentono impotenti a fare altro che non scegliere una delle due parti. Malgrado vi siano molti altri partiti e candidati indipendenti, pochi di loro sono riusciti ad avere un impatto a livello nazionale, anche per una certa mancanza di personalità dei loro candidati.

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In un episodio della serie I Simpson del 1996,  Bob Dole e Bill Clinton stanno facendo i loro comizi elettorali sulla scalinata del Campidoglio di Washington, quando una navicella spaziale si schianta contro il Campidoglio stesso.  Dalla navicella balza fuori Homer Simpson che toglie le maschere ai candidati, rivelando che essi sono in realtà due alieni che si propongono di conquistare la Terra travestiti da candidati democratico e repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti. Al che gli alieni rispondono: «È vero, siamo alieni, ma cosa potete farci? Siamo in un sistema bipartitico e dovete votare per uno di noi!»

Dodici anni dopo, per molti Americani purtroppo questa scena ha ancora il sapore di un’amara verità. Pur frustrati da ciò che i due maggiori partiti offrono come alternativa, gli elettori si sentono ciononostante impotenti a fare altro che non scegliere una delle due parti. Malgrado vi siano molti altri partiti e candidati indipendenti, pochi di loro sono riusciti ad avere un impatto a livello nazionale, anche per una certa mancanza di personalità dei loro candidati. Ross Perot con il suo stile folcloristico catturò nel 1992 l’attenzione di una nazione impaurita dalla crisi economica, guadagnando il 18.9% del voto popolare. Circa ottanta anni prima, Teddy Roosevelt, che era già stato presidente, quando i repubblicani rinominarono candidato il presidente Taft, costituì un nuovo Partito Progressista, finendo secondo dopo il democratico Woodrow Wilson, e davanti a Taft, sia con i voti elettorali che con quelli popolari. Ma a parte questi due esempi, la storia politica americana è disseminata di candidati di minoranza che hanno ottenuto un numero di voti tale da far pensare che non siano riusciti a convincere neppure le proprie madri a votare per loro.

Naturalmente, vi sono delle ragioni obiettive per cui gli americani non prendono in considerazione i candidati dei partiti minori. Innanzitutto, i partiti più grandi hanno opportunamente usato il fatto di essere al governo per promuovere il loro “duopolio”. I governi dei vari stati facilitano il voto nelle primarie dei democratici e dei repubblicani, anche se tecnicamente si tratta di attività interne ai partiti. Senza il lusso di una elezione finanziata dai cittadini, gli altri partiti si devono accontentare di convegni locali, regionali e nazionali, che non riescono ad avere risonanza pubblica per il fatto che i cittadini non partecipano direttamente a queste votazioni. La Commissione per i Dibattiti, ufficialmente non di parte ma costituita da politici decisamente schierati, ha stabilito criteri di selezione dei partecipanti ai dibattiti che, di fatto, impediscono che diventino un palcoscenico dal quale i nuovi candidati possano emergere a livello nazionale.

E poi ci sono gli aspetti culturali. Ogni anno, la cultura  politica americana sembra diventare sempre più ideologica e apocalittica. I partiti politici sono sempre meno uno strumento organizzativo per ottenere determinati obiettivi politici e diventano sempre più tribù in cui uno nasce (o fisicamente o come risultato dell’appartenenza ad certo circolo sociale) e a cui si deve fedeltà per poter conseguire gli obiettivi elettorali della tribù stessa. I problemi della nazione sono affrontati come cose che necessariamente hanno due lati opposti, sui quali i due partiti devono stare, anziché circostanze e fatti da esaminare e valutare. Ogni elezione è spacciata come la più importante della storia mondiale, prospettando disastri per la nazione se il candidato dell’altro partito dovesse vincere. 

Questo atteggiamento è così radicato che molti,di fronte alle dichiarazioni della Chiesa Cattolica sulla liceità di votare per il “minore tra due mali”, nel caso in cui tutti i candidati presentino posizioni inaccettabili, non prendono neanche in considerazione il fatto che vi siano in corsa più di due candidati.

In questi ambienti, se accenni all’idea che stai considerando di votare un candidato terzo, sei liquidato come uno che sta buttando via il suo voto o, peggio ancora, come uno che manca al sacro dovere di opporsi al candidato dell’altro partito. Ho vissuto questa situazione in prima persona quando ho iniziato a dire che avrei probabilmente votato per un candidato diverso da McCain o Obama. Si vota per qualcuno e non contro qualcuno, e voglio fare questo ancora, con entusiasmo. Vorrei votare in modo che il senso del mio voto non sia totalmente dipendente dalla mia capacità di indovinare chi vincerà. Sempre di più trovo nei due maggiori partiti una penuria di persone apparentemente disposte ad intraprendere il duro lavoro di stare di fronte alla realtà nella sua pienezza e senza riduzione.

Hilaire Belloc e Cecil Chesterton, scrivendo in merito al Parlamento inglese nel “The Party System”, dissero: “ Voti, elezioni e assemblee rappresentative non sono la democrazia: nel caso migliore sono il macchinario per realizzare la democrazia. Democrazia è governare per consenso generale. Là dove, sotto qualunque forma,sono approvate le leggi che la massa della gente desidera, e sono rigettate le leggi che non gradisce, là c’è democrazia. Là dove, sotto qualunque forma, le leggi emesse e rigettate non hanno rapporto con il volere della massa, là non c’è democrazia.”

Questa posizione è stata purtroppo abbandonata da molti negli Stati Uniti. L’emergere di un terzo partito non è di per sé la panacea, dopo tutto il titolo del loro lavoro è “The Party System “ e non “The Two Party System”, ma dare il voto a uno dei partiti minori è il modo migliore in cui oggi io posso mettere in atto la loro visione.

(James Andrew Kovacs, Chicago)

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