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SPAGNA/ Zapatero segua l’esempio del suo Ministro Chacón: ritorni alla realtà dei fatti

Lunedì scorso, quando ha assistito al rientro delle salme dei nostri due soldati assassinati dal terrorismo islamico, il Ministro è stato chiaro: «Siamo in Afghanistan perché coloro che hanno tolto la vita ai nostri due compatrioti minacciano il popolo afgano e tutti gli uomini e le donne spagnoli»

Zapatero_ChaconR375_12nov08.jpg (Foto)

Era tra le ministre-simbolo di Zapatero dopo la sua seconda vittoria elettorale. Carme Chacón, Ministro della Difesa, in stato di gravidanza avanzata che passava in rassegna le truppe è stata la foto provocazione di un Governo radicale e femminista. Carme Chacón era ed è la moglie di Miguel Barroso, l’amico, consigliere di assoluta fiducia ed ex segretario di Stato per la Comunicazione di Zapatero.

 

Ma Chacón ha smesso di essere un semplice simbolo e si è trasformata, secondo l’ultimo barometro del CIS, nel membro di Governo meglio valutato, alle spalle di De la Vega (Maria Teresa, vice presidente del Consiglio dei ministri). Dicono che avrà davanti una grande carriera politica. Ma molto più interessante dei sondaggi e del futuro è il presente.

 

Lunedì scorso, quando ha assistito al rientro delle salme dei nostri due soldati assassinati dal terrorismo islamico (Rubén Alonso Ríos e Andrés Suárez García), il Ministro è stato chiaro: «Siamo in Afghanistan perché coloro che hanno tolto la vita ai nostri due compatrioti minacciano il popolo afgano e tutti gli uomini e le donne spagnoli».

 

La realtà ha fatto il suo lavoro e una delle ministre più vicine al circolo più stretto di Zapatero recupera dopo quattro anni e mezzo una delle evidenze più negate nel nostro Paese. Questi 55 mesi sono quelli trascorsi dal ritiro di Aznar e a Bush ne mancano due perché vada a fargli compagnia. Ma entrambi hanno sbagliato. Ha sbagliato l’ex Presidente del Governo spagnolo a sostenere in modo acritico l’intervento in Iraq, confondendo l’alleanza con gli Stati Uniti con una decisione specifica di una specifica Amministrazione. Si è sbagliato, com’è evidente, Bush a scegliere un obiettivo che ha distolto l’attenzione e ha provocato un passo indietro nella lotta al terrorismo. Si è sbagliato a chiamare guerra quello che è un conflitto asimmetrico, in cui il vantaggio dei terroristi è di non essere combattenti tradizionali, come hanno messo in rilievo alcuni degli interventi del primo numero della rivista Oasis (settembre 2006).

 

È stato un errore confidare nella strategia di costruzione di democrazie nel Medio Oriente che gli hanno suggerito alcuni dei suoi consiglieri. Tutto questo è facile riconoscerlo in questo momento e la destra dovrebbe ammettere gli errori commessi.

 

Ma il grande problema, la grande questione è che, come dice Carme Chacón, sette anni dopo che sono state uccise quasi 3.000 persone l’11 settembre, quasi cinque anni dopo che furono assassinate 192 persone l’11 marzo, la minaccia del terrorismo islamico continua a essere uguale. Questa è l’evidenza che non si è voluto vedere.

 

La morte dei nostri soldati ci ricorda che negli ultimi anni tutti siamo stati vittime, in qualche modo, del terrorismo che minaccia il nostro modo di vivere. La Spagna ha dato per scontato il trasferimento di colpa avvenuto nelle prime ore dopo l’attentato dell’11 marzo: i colpevoli, almeno politicamente, erano Aznar e Bush. E la peggior conseguenza di questo trasferimento di colpa è stata l’illusione che ha generato e che ancora resiste: l’illusione di pensare che eliminati i colpevoli politici la minaccia sia sparita. Per questo sono state molto importanti le parole di Obama per un Paese come la Spagna, colpita dal terrore così tanto da generare scetticismo. Obama ha detto: «A coloro che minacciano il mondo: vi sconfiggeremo. A coloro che cercano la pace e la sicurezza: vi sosteniamo». Ora forse sarà più facile fare propria una convinzione di questo tipo.

 

Questi giorni rendono evidente che dopo le distrazioni, le euforie, le dimenticanze e gli errori, le sfide storiche continuano a essere dove stavano. Il ciclo cominciato nel 2001 non ha fatto altro che dare l’avvio, nell’economia come nel terrorismo. Dopo sette anni di crescita favorita da una bolla immobiliare, la Spagna è il Paese con più disoccupazione perché la produttività era ed è bassa. Dopo quasi cinque anni di frattura sociale causata dall’onda espansiva dell’11 marzo, il terrorismo islamico continua a richiedere una risposta adatta alla minaccia che pone.

 

Come nel caso del terrorismo dell’Eta manca una risposta politica, di polizia e militare, ma anche culturale. La scommessa che Oasis, l’organizzazione promossa dal Cardinal Scola, fa per un dialogo non con l’Islam moderato, ma con l’Islam del popolo, quello veramente religioso, è un buon esempio.

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