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INDIA/ Padre Grugni (Pime): servono "profeti", uomini che sappiano parlare al cuore di tutti

Padre Antonio Grugni, missionario del Pime, è in India dal 1976. Sacerdote e medico, ha fondato Sarva Prema Society, ong con due centri, uno a Mumbai e l’altro nel sud dell’India, che curano pazienti affetti da lebbra, tubercolosi e sieropositivi. Padre Grugni si è trovato in città, a Mumbai, durante gli attacchi dei terroristi

india_candeleR375_30nov08.jpg (Foto)

Il suo progetto si chiama Sarva Prema, “sarva” vuol dire “per tutti” e “prema” amore. Padre Antonio Grugni, missionario del Pime, è in India dal 1976. Sacerdote e medico, ha fondato Sarva Prema Society, ong con due centri, uno a Mumbai e l’altro nel sud dell’India, che curano e fanno riabilitazione di pazienti affetti da lebbra, tubercolosi e sieropositivi. Padre Grugni si è trovato in città, a Mumbai, durante gli attacchi dei terroristi.

Padre Grugni, l’emergenza degli attacchi terroristici è rientrata, sia pure al prezzo di centinaia di morti. Qual è il clima che si respira a Mumbai?

A Mumbai gli attacchi terroristici non sono di per sé un fatto nuovo, ci sono stati anche negli anni passati, e sempre ad opera di un terrorismo di matrice islamica. Nulla però che fosse di queste proporzioni. In questo caso ha colpito il livello di organizzazione dei terroristi, venuti probabilmente dal Pakistan, e la violenza inaudita sferrata in modo indiscriminato contro persone inermi. A Mumbai si respira tanta rabbia e delusione, perché ci si aspettava che il governo fosse più preparato e potesse prevenire un attacco del genere.

Dopo i fatti dell’Orissa e le persecuzioni di cristiani, per chi non vive in India un mondo così diversificato e ricco di sfaccettature e influenze culturali dà l’impressione di un crogiolo di tensioni sempre pronte ad esplodere. Perché la convivenza è così difficile?

Perché l’India è fatta di una grandissima varietà di razze, culture, lingue e religioni. È un paese di un miliardo e cento milioni di abitanti a maggioranza indù, con una grossa minoranza musulmana e una piccolissima minoranza cristiana. Dietro le violenze, che scoppiano spesso e volentieri tra musulmani e indù, vi sono anche cause storiche. Il Pakistan è in stragrande maggioranza musulmano, mentre in India l’induismo è religione di Stato. È un fatto che in Pakistan vi sono cellule terroristiche che preparano, indottrinano e armano terroristi, anche terroristi indiani e l’India sospetta che il terrorismo sia nutrito dal Pakistan per creare instabilità.

Le persecuzioni contro i cristiani hanno mostrato una convivenza dominata spesso dall’odio e dal conflitto…

In quel caso si tratta di intolleranza religiosa, a cui si sommano fattori sociali come la divisione in caste, e il fatto che i cristiani promuovano una sensibilità e una cultura contraria alle caste e che aiuta i fuori casta. Spesso è questo a scatenare conflitti. Non bisogna però credere che tutta l’India sia come l’Orissa e che la caccia ai cristiani sia ovunque. Dove io lavoro, nel sud del paese, i cristiani vivono in pace. Altrettanto accade a Mumbai. Lo posso dire con sicurezza perché vi sono rimasto per vent’anni.

Come vivono i cristiani di fronte a questa violenza?

È sempre condannata, ma si cerca di dialogare. L’errore più grande sarebbe rispondere alla violenza con la violenza. La sofferenza più grande è vivere in una società così divisa: il problema delle caste è sentito in modo drammatico, la legge le ha abolite ma la vita delle persone si sviluppa tutt’ora nella casta. E poi ci sono le fratture fra le religioni, il guardare con sospetto l’altro, che determina una paura reciproca. L’India è il luogo della disomogeneità assoluta: sociale, religiosa e culturale.

Chi o che cosa può offrire una soluzione? Che cosa può portare a un cambiamento?

Uno dei pochi che vi hanno tentato è stato il Mahatma Gandhi. Sia pure in una situazione storicamente diversa, è riuscito a polarizzare l’attenzione di tutte le comunità, perché si sentiva fratello di tutti, indù, musulmani e cristiani. La sua idea di tolleranza e di non violenza può essere un faro per la nazione.

E i cristiani cos’hanno da dire?

La novità di vita che i cristiani possono mostrare in India è quella di madre Teresa di Calcutta. È riuscita a mostrare il volto del cristianesimo nella sua autenticità con un “linguaggio” che tutti possono vedere e condividere: quello del servizio e dell’amore agli ultimi, superando le barriere di casta, senza fare discorsi o polemiche. È una figura che non suscita controversie. Se si parla del Papa, molti non cristiani non sanno chi sia, mentre madre Teresa è cresciuta su questo suolo è entrata nel cuore di tutti. È una figura che non crea animosità, accettata da tutti come una sorella.

Questo non ha impedito a molti cristiani – come nel caso della regione dell’Orissa – di essere perseguitati e uccisi…

No, purtroppo. Quello che suscita animosità e odio è l’idea stessa di una conversione personale. Nella visione che l’induismo ha della realtà essere indiano è essere indù. Il tentativo di cambiare religione è visto come il tentativo di cambiare l’identità stessa della persona. Questo avviene soprattutto a livello di alcuni gruppi elitari, che si organizzano anche in partiti politici, ma non riguarda quasi mai la povera gente. Dove questi gruppi sono forti e accentrati, come in Orissa, esplodono le recrudescenze di odio e violenza che tutti conosciamo. Ma dire “cristiano” può essere generico.

Perché?

I cristiani in India sono circa 25 milioni, di cui circa 17 milioni sono cattolici, gli altri sono protestanti sotto diverse denominazioni. Ma la gente è propensa ad accomunarli: in ogni caso vedono una bibbia e una croce. Ma spesso la reazione è legata a gruppi protestanti, che sono molto aggressivi dal punto di vista del proselitismo religioso, e questo contrasta con le leggi anti conversione. Queste leggi mirano a punire una conversione che possa essere stata comprata. Per esempio in Orissa, se uno si converte dall’induismo al cristianesimo deve andare davanti al magistrato e dare le prove che si converte di sua spontanea volontà.

La sua missione di sacerdote e medico la mette a contatto con moltissime persone. Qual è la sua personale esperienza?

Io non ho mai avuto problemi o scontri. Io mi occupo degli ultimi e lavoro tra i baraccati con musulmani e indù, con laici e paramedici. Nemmeno a Mumbai ho incontrato ostilità, anzi; siamo ben voluti e anche le autorità locali collaborano e ci fanno avere tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Non siete sospettati di proselitismo?

Se si va con grande umiltà in mezzo alla gente si è ben accolti. Ad attirare gelosia e invidia sono soprattutto le grandi strutture, che mostrano ricchezza e potere. Cosa ne fanno di quei soldi che arrivano dall’occidente?, allora si chiedono in molti.

Di cosa ha bisogno l’India oggi?

Ci vorrebbero dei profeti. In situazioni così gravi ci vogliono persone con una grande personalità e testimonianza di vita, che abbiano l’autorità morale di parlare e di essere ascoltate; persone in cui vita e parola siano la stessa cosa. Purtroppo in questo momento di profeti non ne vedo. Quello che devono fare i cristiani è testimoniare Cristo nella più assoluta umiltà, diffondendo come la rosa il profumo del Vangelo, per usare un’espressione di Gandhi, che, rivolgendosi ai cristiani, voleva significare che la novità del Vangelo non sono parole ma innanzitutto un’aria nuova che si diffonde. Anche un cieco, che non vede la rosa, ne percepisce il profumo e la presenza.

La politica aiuta a superare il clima di diffidenza e ostilità?

Ci sono partiti indù molto aggressivi verso le minoranze cristiane e musulmane. Il Bjp, il partito fondamentalista indù, fino a quattro anni fa era al potere ma ora è all’opposizione. Nell’aprile dell’anno prossimo ci saranno le elezioni e il Bjp ora giocherà ancor più la carta del terrorismo, puntando sulla difesa dell’identità nazionale indù e accusando l’attuale partito al governo di essere incapace di far fronte alla sicurezza nazionale.

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