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INDIA/ Vian: come i cristiani vincono la paura del terrorismo

Il Papa segue con grandissima attenzione e preoccupazione le notizie che giungono dall’India, e che vanno a sommarsi alle persecuzioni contro i cristiani degli ultimi mesi. Il tutto mette in luce le tante contraddizioni che caratterizzano il subcontinente indiano, con cui l’Occidente deve fare seriamente i conti

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«Pregare per le numerose vittime» dei «brutali attacchi a Mumbai», esprimendo «orrore e deplorazione per l’esplosione di tanta crudele e insensata violenza»: così all’Angelus di ieri Benedetto XVI è tornato sui tragici fatti che pochi giorni fa hanno insanguinato le strade di Mumbai.

Dopo mesi di attacchi ripetuti ai cristiani della regione dell’Orissa, ora questi nuovi eventi mettono in luce ancora una volta quanto sia delicata e complessa la situazione del subcontinente indiano, sotto diversi punti di vista. Un problema «intrinseco» alla più grande democrazia del mondo, come spiega il direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian, che tiene insieme realtà molto diverse tra loro, e che nasconde tensioni che l’Occidente ha forse a lungo ignorato o sottovalutato.

                                                                  

Direttore, con quale animo il Santo Padre sta seguendo le notizie che arrivano dall’India?

 

Certamente il Papa e la Santa Sede stanno seguendo con grandissima attenzione e preoccupazione questi avvenimenti, non solo per la gravità in sé, ma anche per il fatto che tutto ciò va ad aggiungersi ad una situazione indiana critica già da molti mesi, a causa di una vera e propria persecuzione contro i cristiani. Questa attenzione è stata mostrata fin da subito, con il telegramma che il Segretario di Stato ha inviato a nome del Papa al vescovo di Mumbai, nonché dalle dichiarazioni del direttore della Sala stampa vaticana. A questo si aggiunge anche la continuità con cui il nostro giornale e tutti media vaticani stanno seguendo l’evolversi di questa situazione, che risulta ancora poco chiara.

 

I cristiani in India soffrono, come lei ora ricordava, per una persecuzione che negli ultimi mesi ha avuto momenti di forte recrudescenza. Ora, di fronte a questi atti di terrorismo, sebbene non diretti contro i cristiani, a quale nuovo compito è chiamata la Chiesa in India?

 

Ogni momento di crisi è un momento che interpella i cristiani, non solo i cattolici ma tutti i cristiani, sul loro modo di essere nel mondo. Il cristiano deve essere un richiamo alla coerenza, alla testimonianza che porta con sé una risposta. E questa, come ripetuto costantemente da molti vescovi e dalla stessa Santa Sede, non può che essere una risposta di riconciliazione, un vincere il male con il bene. C’è un modo diverso da parte dei cristiani di rispondere alla violenza, e le cronache di questi mesi lo stanno mostrando con chiarezza. Noi stessi abbiamo pubblicato testimonianze di cattolici, di religiosi e, soprattutto, di religiose che si trovano in questi mesi ad affrontare una situazione nuova. Certo continua a colpire l’indifferenza con cui l’opinione pubblica, che ora segue attentamente i recentissimi avvenimenti, abbia per lo più ignorato quello che nei mesi scorsi accadeva sempre in India, a danno dei cristiani. Fatta eccezione, naturalmente, per l’autorevolezza di grandi voci istituzionali che si sono pronunciate su questo, come il Capo dello Stato e il ministro degli Esteri, nonché alcuni importanti giornalisti, come ad esempio Pierluigi Battista sul Corriere della Sera.

 

In effetti le persecuzioni contro i cristiani non sono certo state un episodio meno grave di quello appena verificatosi; eppure è stato trattato dai media con un’attenzione decisamente minore. Come giudica il modo con cui l’informazione, e anche l’opinione pubblica, sta seguendo le notizie che arrivano dall’India?

 

Bisogna sicuramente tenere conto della novità, molto preoccupante, che ha contraddistinto questo ultimo attacco: si è trattato di un vero e proprio attacco militare al cuore dell’India, attentamente premeditato e altrettanto accuratamente messo in opera da professionisti, come le testimonianze riportate dalla stampa internazionale sembrano dimostrare. Si tratta di un terrorismo usato come arma da guerra, e questo è certamente ciò che colpisce. Detto questo, è anche vero che l’Occidente sembra scoprire solo ora che la democrazia più grande del mondo, come giustamente ritiene di essere l’India, non sia poi quell’immagine e quel mito di tolleranza che tra noi occidentali corre da decenni. E questo ha colpito anche molti sinceri amici dell’India. C’è una forte preoccupazione per una democrazia che ha i suoi limiti, intrinseci per la fisionomia di un paese così vasto e popoloso, che non a caso viene definito subcontinente: oltre un miliardo di persone, centinaia di lingue e di etnie, un forte sviluppo economico, dovuto anche alla globalizzazione, ma pur sempre con il mantenimento di grandi disuguaglianze. Non dimentichiamo che uno dei motivi che fomentano le violenze contro i cristiani è la destabilizzazione del sistema delle caste.

 

Di fronte a queste vicende si parla spesso della religione come di una cosa pericolosa, fonte in sé di scontri e di violenze: come rispondere a questa che è evidentemente una semplificazione?

 

Cercando di informarsi accuratamente, e di respingere con argomentazioni questi che non sono altro che stereotipi, spesso indotti ad arte e privi di fondamento. Che certi eventi, come quelli recenti, siano spesso legati a concezioni e a visioni religiose con tendenze fondamentaliste, questo è un fatto; ma ciò non significa che le religioni stesse siano responsabili della violenza. Nessuna religione lo è; anche se va sicuramente notato che è la storia stessa, e in particolare proprio la storia delle religioni, a mostrarci chiaramente le differenze che ci sono state nell’evoluzione delle singole credenze.

 

L’attacco terroristico in India è arrivato qualche giorno dopo la notizia dei timore di nuovi attentati a New York, come emerso da un report dell’Fbi. Il terrorismo genera paura, una paura diffusa che va a incrinare anche le certezze della vita quotidiana: di fronte a questi sentimenti di incertezza, che risposta e che speranza portano i cristiani?

 

I cristiani, insieme a tutti gli uomini sinceramente religiosi, sono nel mondo per testimoniare che il male non avrà l’ultima parola, e che quindi non c’è motivo di lasciarsi dominare dalla paura. È una certezza che attraversa tutta la storia della cristianità, presente fin dai primi neotestamentari, per giungere alle parole anche degli ultimi pontefici. Tutti ricordano le parole che furono pronunciate il 22 ottobre del 1978 da Papa Giovanni Paolo II, quel “Non abbiate paura!” detto con una forza e un’energia che colpiscono ancora oggi, e il cui messaggio è stato recepito e continuato dal successore Benedetto XVI. Si tratta di un’esortazione che affonda le proprie radici nell’intimo della fede cristiana: la fiducia nel Dio cui non sfugge nemmeno il passero che cade. La Provvidenza divina è onnipotente e onnisciente, ed è questa la certezza su cui quell’esortazione si fonda. Bisogna avere fiducia nel fatto che il male non prevarrà; e questo è un invito che vale non solo per gli uomini di fede, ma per ogni persona umana di buona volontà.

 

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