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IL CASO/ Dal Kazakhstan una legge che attacca la libertà religiosa

Il Parlamento del Kazakhstan ha approvato una nuova legge fortemente restrittiva in tema di libertà religiosa, che colpisce tutti, cattolici, ortodossi e musulmani. Ora la speranza è che il presidente Nazarbayev decida di cambiarla. Ilsussidiario.net ha intervistato don EDOARDO CANETTA, sacerdote milanese in missione in Kazakhstan da quasi vent’anni

chiesa_ortodossa1R375.jpg (Foto)

La nuova legge in materia di libertà religiosa che il parlamento kazako ha appena approvato non piace, a don Edoardo Canetta. L’Ocse – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa – ha chiesto che venga rivista, perché interviene a limitare fortemente la libertà di coscienza, in un paese dove questa libertà, secondo il sacerdote milanese, da 17 anni in Kazakhstan, è il bene di cui la gente ha più bisogno. «È vero – dice don Edo a ilsussidiario.net – l’approvazione del parlamento non vuol dire molto perché il presidente Nazarbayev può sempre cambiarla. Però se ne parla poco, nessuno ha in mano il testo emendato e corretto e molti pensano che neanche quel testo sia definitivo. Ma non è un testo organico, perché è il cambiamento di tutta una serie di articoli di leggi preesistenti».

Di che si tratta lo ha spiegato l’Osservatore Romano in un articolo di sabato scorso. La legge proibisce le aggregazioni di fedeli non autorizzate e riconosciute dallo Stato, più una serie di norme restrittive che estendono il controllo dell’amministrazione sulle attività dei fedeli, di qualsiasi culto: mette limiti ai ritrovi, stabilisce che si può pregare solo in luoghi autorizzati, vieta l’insegnamento della religione nelle scuole. Non solo: «pone limiti di censura – afferma don Edo – e questa è una cosa molto grave, perché si potranno pubblicare solo i libri religiosi approvati. Il vero “problema” della religione è che insegna a pensare. In certi ambiti religiosi – sia cristiani che musulmani – si comincia a criticare la corruzione, a vedere in modo diverso la gestione della cosa pubblica. La libertà religiosa promuove sempre lo sviluppo delle persone e della nazione e quindi finisce sempre per svolgere un’azione di disturbo».

Da quindici anni don Edo insegna italiano e cultura europea all’università statale, prima a Karaganda, ora nella capitale Astana, e da tre anni all’Accademia diplomatica. Non è un incarico ecclesiastico, perché il suo mandato di docente è su richiesta delle autorità di governo, «in modo prettamente laico – ci tiene a precisare – e questo fa incontrare la gente. Ma non ha impedito ad una funzionaria dell’amministrazione di citarmi come caso di violazione della legge, perché pur essendo prete cattolico insegnavo nell’università statale. Non riescono a concepire che il lavoro culturale è tipico dell’azione religiosa, e la diffusione della cultura fa parte della missione della Chiesa».

Una legge, dunque, che esalta le contraddizioni di un paese giovane, che vede nelle fedi una minaccia per l’integrità dello Stato e che per questo rischia di cancellare con un colpo di spugna l’equilibrio che si è spontaneamente creato dopo il crollo dell’impero sovietico, quando la libertà religiosa, che sotto il comunismo non c’era, ha facilitato un incontro tra religioni diverse e favorito il dialogo. «Questo provvedimento me lo spiego – continua don Canetta – con il tentativo di porre un argine ai pericoli causati dal fondamentalismo. Certi gruppi, per esempio, rifiutano di prestare servizio militare. Ma c’è una bella differenza tra il radicalismo e la presenza pubblica della fede. Continuo a pensare che questa legge sia più contro i musulmani che contro i cristiani, perché in questo momento la mentalità generale della gente non è fondamentalista in senso vero e proprio, ma è aspramente antiamericana. E questo lo si vede soprattutto nei giovani, nelle università».

Con il rischio, nemmeno troppo scoperto, di accentuare ancor di più la frammentazione della società, perché mentre prima la differenze sparivano sotto l’ombrello del grande Stato sovietico, ora rimangono “scoperte”, irrisolte, alla ricerca di ragioni plausibili che, spesso, settant’anni di ateismo rendono molto difficili da recuperare. E il risultato è che la fede parla molto più di un’appartenenza etnica che di un’adesione personale.

«La maggioranza delle persone – spiega il sacerdote – non ha alcuna appartenenza religiosa, ma risente di una vaga tradizione o musulmana o ortodossa, ridotta a elemento etnico. Anche i nostri cattolici vivono la fede con una povertà di ragioni impressionante. I cattolici? Ufficialmente, secondo l’Annuario pontificio, sono 300mila. In realtà, quelli che hanno un rapporto più vivo con la Chiesa non saranno che 20-21mila e nelle chiese del Kazakhstan la domenica andranno sì e no 6-7mila persone. Ma i cattolici sono diversi perché hanno una certa vivacità di presenza che agli altri manca: a Pasqua su circa 250mila russi che abitano qui, in chiesa ne saranno andati non più di ottocento. La legge arginerà ancor più la fede nella cerchia dei fedeli che la praticano, e il ministro religioso dovrà lavorare solo con quelli della sua religione. È l’opposto di una vera presenza nella società».

Il governo rischia così di disperdere il senso dell’occasione storica che la visita di Giovanni Paolo II ha rappresentato per la coscienza del Kazakhstan. Una visita attesa da tutti e voluta dallo stesso presidente. Undici giorni dopo gli attentati dell’11 settembre, il Papa è andato in un paese a maggioranza musulmana, a proporre che il dialogo avvenga sulla base della verità e non degli interessi. È un momento che don Canetta tiene a ricordare. «All’università ha detto una frase storica, tenendo conto del fatto che siamo nell’ex Unione Sovietica, e che posso citare a memoria. “Avete vicende diverse alle spalle, non prive di sofferenza. Siete qui seduti, l'uno accanto all'altro, e vi sentite amici, non perché avete dimenticato il male che c'è stato nella vostra storia, ma perché giustamente vi interessa di più il bene che potrete costruire insieme”. Sapeva benissimo, il Papa, che quelli che sono qui sono in gran parte stati deportati. E che su quei banchi c’erano i figli dei deportati e i figli dei deportatori. E in quell’occasione ha fatto un richiamo alla libertà di coscienza: la gente sta riscoprendo la fede, ha detto, ma che nessuno sia obbligato a credere, esattamente come prima tutti erano obbligati a non credere». Una strada decisamente opposta, sembra, a quella imboccata con gli ultimi provvedimenti restrittivi.

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