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USA/ La pericolosa “impronta” di Chicago si muove verso la Casa Bianca. Ecco cosa prepara Obama

Il processo di transizione alla Casa Bianca coincide, come racconta MATTIA FERRARESI, con lo spostamento della capitale degli Stati Uniti da Washington a Chicago o, meglio, con il restauro della capitale a immagine e somiglianza della città dell’Illinois

Rahm_ObamaR375_23dic08.jpg (Foto)

Il concitato processo di transizione alla Casa Bianca del presidente eletto, Barack Obama, rientra in un percorso più ampio, che ha a che fare con una svolta stilistica nella gestione del potere e un rimescere del brodo culturale in cui si muovono i suoi protagonisti. Il cambiamento coincide con lo spostamento della capitale degli Stati Uniti da Washington a Chicago. Le scelte di Obama nei posti chiave della nuova Amministrazione premiano gli uomini cresciuti nella città simbolo del riformismo liberal ma nota anche per esser una sentina della corruzione, un feudo dove il potere è appannaggio esclusivo di interessi familiari e clientele.

Lo scandalo del governatore dell’Illinois, Rod Blagojevich, sorpreso mentre cercava di vendere il seggio del Senato lasciato libero da Obama è un fatto straordinariamente normale. La lista dei politici e imprenditori di Chicago finiti sotto inchiesta per vicende di corruzione è lunghissima e coinvolge anche il precedente governatore, George Ryan, in carcere con una condanna a sei anni e mezzo. Nel 2002 Blagojevich prende il suo posto con la promessa di interrompere le sordide logiche del potere di Chicago: “Questa sera – ha detto Blagojevich dopo essere stato eletto – l’Illinois ha votato per il cambiamento”. Una cosa dunque è certa: le recenti indagini guidate dal procuratore generale dell’Illinois, Patrick Fitzgerald, non colgono un’illustre eccezione, ma inquadrano la regola.

La situazione non getta ombre sulla posizione di Obama, la cui condotta è inappuntabile, ma racconta qualcosa dei protagonisti che stanno prendendo possesso in queste settimane dei palazzi di Washington. Il primo da guardare è il capo del gabinetto, Rahm Emanuel, noto come Rahmbo per la sua propensione a non fare prigionieri. Ebreo ortodosso, cresciuto in ambiente sionista radicale, ha lavorato al servizio di Bill Clinton prima di darsi alla finanza come consulente. Nel 2002 è tornato alla politica aggiudicandosi un seggio al Congresso nel quinto distretto dell’Illinois, lasciato libero proprio da Rod Blagojevich. Emanuel meglio di tutti ha imparato la lezione della selettiva scuola politica di Chicago, diventando una fredda macchina da guerra. Grazie all’aiuto di Bill Clinton prima e per esperienza diretta poi, Rahm è diventato il più formidabile cercatore di banconote verdi della recente politica americana. Secondo quanto annunciato ufficialmente, Obama risponderà delle voci trapelate su un coinvolgimento di Emanuel nell’affare Blagojevich, fra cui sarebbero intercorse telefonate che meritano qualche chiarimento.

Speculazioni giudiziarie a parte, l’iter che porta Emanuel alla Casa Bianca è un affresco dello stile della politica di Chicago, anche di quella pulita e riformista. Il suo tratto principe è l’esasperato personalismo. I politici che sopravvivono a Chicago sono come i maschi che raggiungevano il diciottesimo anno di età a Sparta: superata la rupe tarpea e l’agogé, avevano completamente dimenticato cosa fosse la paura del nemico e finalmente erano pronti a combattere. Naturale che i sopravvissuti nella guerra sanguinosa dei palazzi di Chicago siano propensi a un certo divismo, a un’ipertrofia dell’ego, alla calcificazione della propria figura. E non sono soltanto i cattivi e corrotti ad avere un’altissima considerazione di sé. Il procuratore generale Patrick Fitzgerald, che non è cresciuto a Chicago ma è stato messo lì nel 2001 proprio perché fuori dal giro, si è completamente adattato allo stile, pur se dalla parte della legge. La trascrizione della conferenza stampa in cui ha annunciato l’arresto di Rod Blagojevich occupa tredici pagine web del New York Times: un’interminabile sequenza di dettagli distillati con retorica pomposa e giustizialista, dalle sensazioni di disgusto dei suoi uomini fino ad Abramo Lincoln che si rivolta nella tomba. Se avesse tratto le estreme conseguenze del suo titanismo legalista, avrebbe concluso con la massima di Sylvester Stallone nel film Dredd: “La legge sono io”.

Uno sguardo alle nomine del governo dà l’idea di quanta Chicago sia approdata a Washington, chiamata soprattutto a ricoprire incarichi strategici nella formazione della nuova classe dirigente. David Axelrod, capo dei consiglieri del presidente, è il baffuto architetto della campagna elettorale di Obama e in passato ha prestato consulenze a un pugno di politici di primissimo piano. Prima di coinvolgersi a tempo pieno in politica era un notista del Chicago Tribune, il giornale più chiacchierato e conteso dell’Illinois. Axelrod è amico intimo di Rahm Emanuel. Insieme ad Arne Duncan, nominato segretario dell’Educazione ed ex amministratore del sistema scolastico pubblico di Chicago, compone la falange che si accinge a cambiare le regole della politica di Washington. Giovane, pragmatica, senza scrupoli, amica della finanza, storicamente ma non moralmente clintoniana, la nuova classe dirigente di Washington si avvale del contributo strategico di Hillary Clinton, nuovo segretario di Stato e indiscussa principessa del reame di Chicago.

(Mattia Ferraresi)

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