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Esteri

Iraq/ Cinque anni dopo, lo stesso giudizio: "No alla guerra, Sì all'America"

Nel quinto anniversario della guerra in Iraq il presidente Bush si dice «orgoglioso dei risultati ottenuti», ma i sondaggi gli sono contrari. C’è anche la stroncatura del quotidiano britannico The Indipendent. E la nota Sir della settimana fa un bilancio impietoso della situazione irachena

Guerra-Iraq2_FN1.jpg(Foto)

Ancora lo stesso giudizio – «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: "Mai più la guerra!", come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera e penitenza!». Era il 16 marzo 2003 quando Giovanni Paolo II pronunciava queste parole. Un giudizio forte, completo, capace di tener conto di tutte le posizioni in campo; ma, soprattutto, un giudizio che, contro tante semplificazioni ideologiche, nasce da un’esperienza vissuta.
«No alla guerra, Sì all’America» recitava il volantino diffuso da Comunione e Liberazione poco tempo prima. A cinque anni di distanza quei giudizi trovano piena e maggiore conferma. La guerra genera guerra: questo è un dato di fatto. Ma niente, e tanto meno la sofferenza di un popolo, può essere utilizzato come pretesto per fomentare un odio antiamericano, foriero solo di maggiore violenza. Diamo un’occhiata ai giudizi che sono emersi in occasione nel quinto anniversario della guerra in Iraq. E confrontiamoli con quanto detto allora. Perché, come disse Giorgio Vittadini introducendo l'incontro "Educare alla libertà per fare pace" promosso da CDO il 29 marzo 2003, «la vita della Chiesa, la vita della presenza cristiana, la vita degli uomini veri, si manifesta innanzitutto con un giudizio, con un modo di guardare la realtà in modo non reattivo». 

Il discorso di Bush – Nel giorno del quinto anniversario dall'inizio della guerra in Iraq, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, in un discorso al Pentagono, ha ribadito la sua convinzione che l'operazione militare sia stata «giusta», e si è detto «orgoglioso dei risultati ottenuti». «Questo è un conflitto che l'America può e deve vincere», ha detto Bush. Ciononostante, il presidente ha anche ammesso che il conflitto «è stato più duro e più costoso del previsto». Un’ammissione che sembra tener conto del fatto che la popolazione americana, stando ad un sondaggio di ieri, è convinta a grande maggioranza (64 %) che la guerra in Iraq non valesse le perdite in termini di vite umane e di costi che il paese sta sostenendo. Solo il 29 per cento degli interrogati ha sostenuto che il prezzo della guerra sia adeguato ai risultati ottenuti.
Il presidente degli Stati Uniti ha inoltre definito la guerra in Iraq l'occasione per «la prima grande rivolta araba contro Osama bin Laden», mandante delle stragi terroristiche dell'11 settembre 2001. Per questo ha messo in guardia da ulteriori riduzioni della presenza militare americana in Iraq, perché un «ulteriore ritiro delle truppe» potrebbe «mettere a repentaglio i progressi fatti» nella garanzia della sicurezza. Evidente l’indirizzo ai democratici del Congresso e ai candidati alla presidenza Barack Obama e Hillary Clinton, che promettono un rapido ritiro dal fronte in caso di vittoria nelle elezioni del prossimo novembre.

La stroncatura dell’Indipendent – Diametralmente opposto invece il giudizio del quotidiano britannico The Indipendent: «Quando l'invasione dell'Iraq venne concepita – sostiene il giornale inglese –, fu un esperimento nella forza riformatrice di una superpotenza benevola: un evangelico Tony Blair si affrettò ad accodarsi. Rimuovere un dittatore doveva essere solo l'inizio: lo scopo era un Medio Oriente democratico, un ambiente in cui Israele e i palestinesi potessero raggiungere la pace e le esportazioni energetiche fossero abbondanti e sicure»: dopo cinque anni, solo la caduta di Saddam può dirsi l'unico risultato di «un piano sbagliato nella sua genesi così come nella sua esecuzione». «Cinque anni dopo – prosegue l’Indipendent – la totalità del nostro fallimento è chiara, ma ancora peggiore è l'ostinato rifiuto dei nostri dirigenti di imparare l'ovvia lezione: da entrambe le sponde dell'Atlantico insistono sul fatto che la guerra era la scelta giusta da fare e se ci sono stati errori è stata nell'applicazione, non nel concetto».

La nota Sir – Anche l’agenzia di stampa della Cei ha diffuso questa settimana una nota che, prendendo le mosse dalla commemorazione del martirio del vescovo di Mosul, mons. Rahho, «testimone della fede e della presenza cristiana», lancia poi un pesante giudizio sulla guerra in Iraq: «Sulle rovine della dittatura di Saddam Hussein e degli errori gravissimi di impostazione della guerra e soprattutto del dopoguerra da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti si è sviluppato un tessuto terroristico, ispirato a semplici parole d’ordine islamiste, che riconducono anche ad un tragico e brutale programma di pulizia etnica su base religiosa».
«Le autorità – prosegue la nota Sir – assicurano che la nuova strategia, ispirata dal comandante delle forze americane, generale Petraeus, comincia a dare frutti di stabilizzazione. Sarà tuttavia un lavoro molto lungo. Mentre si tenta di cerare finalmente una coalizione per la pace e la stabilizzazione, i cristiani, in particolare, sono inermi, sono un bersaglio facile». La nota dell’agenzia di stampa della Cei conclude con l’invito ad «assumere fino in fondo la sfida della libertà religiosa, che oggi, dall’Africa al Tibet, passando proprio per il groviglio del Medio Oriente, è una delle grandi emergenze di civiltà».

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