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Tibet: nessuna punizione per i monaci in rivolta dal governo in esilio

Il Dalai Lama invita le autorità cinese ad «aprire un dialogo significativo per la pace e la stabilità».

Lahsa-tibet_FN1.jpg (Foto)

Il vicegovernatore del Tibet, Baima Chilin, ha assicurato che i monaci protagonisti della protesta svoltasi ieri nel tempio di Jokhang, davanti ai giornalisti stranieri in visita a Lhasa, non saranno puniti. Circa trenta monaci buddisti hanno interrotto ieri il tour programmato da Pechino per la stampa estera nella capitale tibetana: la protesta è durata almeno un quarto d'ora prima che i soldati cinesi riuscissero a fermarla e a invitare i giornalisti a riprendere la visita.

Possibili ripercussioni? - «Non faremo loro niente - ha dichiarato il vicegovernatore - non arresteremo per le strade di Lhasa. Credo che nessun governo farebbe questo». Nonostante le rassicurazioni offerte da Baima Chilin, l'International Campaign for Tibet ha lanciato l'allarme sulle possibili ripercussioni contro i monaci, anche perchè la protesta pacifica dei monaci ha mandato all'aria i piani delle autorità di offrire un'immagine della situazione di Lhasa sotto controllo dopo le recenti manifestazioni e rivolte.

I fatti precedenti - Le dimostrazioni sono iniziate in maniera pacifica a Lhasa il 10 marzo, in occasione dell'anniversario della fallita rivolta del 1959 contro le autorità cinesi, ma quattro giorni dopo sono degenerate in attacchi violenti. Per le autorità cinesi, le rivolte del 14 marzo hanno causato almeno 22 morti, mentre per il governo tibetano in esilio in India sono quasi 140 i tibetani rimasti uccisi, tra cui 19 nella provincia di Gansu. Uno dei monaci che ieri hanno manifestato davanti ai giornalisti ha dichiarato che il bilancio delle vittime è molto più grave di quello presentato da Pechino.

Aggrediti i musulmani - I tibetani hanno dato alle fiamme centinaia di edifici e hanno aggredito membri della comunità cinese Han e i musulmani cinesi Hui, che controllano gran parte delle attività imprenditoriali della capitale. Secondo quanto precisato da un impiegato del Centro informazioni del Tibet, a Lhasa si contano circa 1.500 musulmani. Funzionari del governo di Lhasa e del Dipartimento per gli Affari religiosi hanno dichiarato di non sapere quanti siano di preciso gli islamici. Oggi la polizia ha chiuso il quartiere musulmano della città.

Cina e Tibet - «Il governo cinese non comprende l'importanza della religione per il popolo tibetano, pensando di risolvere i problemi elargendo denaro e permettendo l'arricchimento personale». A dichiararlo è Liu Xiaobo, 52 anni, esponente del movimento di Tienanmen del 1989 e ideatore di una petizione su internet in cui si chiede a Pechino di mettere fine alla propaganda, di aprire il Tibet alla stampa e di avviare un dialogo con il Dalai Lama. La petizione è stata firmata finora da 300 persone, cinesi e straniere. «I problemi tra cinesi e tibetani sono determinati dalla politica del governo centrale e dalla sua propaganda unilaterale, non dai popoli - dice Liu al quotidiano francese Liberation - in Tibet conta solo il Segretario generale del Pcc. Il Dalai Lama e il Panchen Lama, il numero due, devono risiedere altrove. I monaci non hanno il diritto di esprimere le loro idee, né il loro attaccamento al loro leader spirituale. È un errore. Il governo cinese, che rappresenta soltanto il potere Han, l'etnia più diffusa in Cina, e l'ateismo, non comprende l'importanza della religione per i tibetani. Pensa che dando denaro e consentendo l'arricchimento personale come in altre zone della Cina, i problemi si risolveranno, che la popolazione si allontanerà spontaneamente dal Dalai Lama. Tentano di comprare il Tibet. Questa politica è condannata al fallimento».

Il Dalai Lama - Il leader spirituale dei tibetani, ha lanciato oggi da Nuova Delhi un nuovo appello alle autorità cinesi per rilanciare un dialogo che possa mettere fine alla crisi in Tibet. Il leader spirituale tibetano aveva già espresso la propria disponibilità a dialogare con Pechino la scorsa settimana, dopo le violente proteste antigovernative a Lhasa e nella provincia di Gansu, dicendosi pronto a incontrare il presidente cinese Hu Jintao, una volta risolta la crisi. «Anche oggi esprimo la mia volontà alle autorità cinesi di collaborare per portare pace e stabilità» ha dichiarato il Dalai Lama in un messaggio indirizzato ai suoi "fratelli e sorelle cinesi" e diffuso a Nuova Delhi, dove si trova questa settimana. «Invito i leader della Repubblica popolare cinese a comprendere con chiarezza la mia posizione e a operare per risolvere questi problemi. Premo sui dirigenti cinesi perchè diano prova di saggezza e aprano un dialogo significativo con il popolo tibetano».

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